Ma per allora, essendo in principio di spettacolo, non si vedevano che due cavalieri, nel palco della contessa Elena. Suo marito era in visita, e di quei due che vi ho accennati uno era il marchese Emilio Landi, che conosciamo per una sua lettera dai bagni di Lucca. In verità, stando a quello che ve ne ho detto a suo tempo, il marchesino Landi avrebbe dovuto esser piuttosto dalla marchesa Polissena. Ma bisogna anche sapere che il regno di lui era durato poco, nel cuore della Baldovini. L'orgoglio aveva vinta la tenerezza, e un ministro di Stato, che si tingeva i capegli (molto bene per altro, e la cosa non si riconosceva che alla luce del sole), era succeduto nel regno. La maestà scoronata di Emilio Landi si era facilmente consolata di quel piccolo guaio. Infine, non ci sono trionfi graditi che a patto di durar poco. Anche il divo Cesare dovette annoiarsi parecchio, ad averli così lunghi, col peso della corona sulla testa, il tintinnìo de' trofei nelle orecchie, e il continuo sobbalzo di un cocchio senza molle, sul maledetto selciato della Via Sacra, inerpicantesi per il clivo Capitolino.
Emilio Landi era entrato allora allora nel palco, e prendeva, di rincontro alla signora, il posto d'onore che l'altro personaggio gli aveva ceduto, mettendosi con discreta familiarità al fianco di lei.
—Siete maravigliosa, stasera;—disse Emilio, incominciando.
La contessa Elena accolse il complimento ad occhi socchiusi e tirando indietro la sua testina bionda. Era quello un atteggiamento che andava stupendamente alla sua figura rosea, un tal po' irregolare nelle fattezze, ma fine, e che di graziosa e piacevole la rendeva affascinante senz'altro: un atteggiamento studiato se vogliamo, ma che tra tanti artifizi a cui ci ha avvezzati la bellezza, poteva anche sembrar naturale: un atteggiamento, insomma, che un pittor ritrattista del secolo scorso avrebbe invidiato, se pure non è più giusto il dire che ad un pittor ritrattista del secolo scorso la contessa Elena Malatesti lo aveva audacemente rubato.
—Che ve ne importa a voi, Landi?—domandò la signora, dopo aver preso quell'atteggiamento lezioso.
—A me? moltissimo;—rispose il giovanotto.—Si gode tutti, alla vista di un bel fiore, o di un bel frutto dorato. Sia pure nell'orto delle Esperidi, e custodito da un drago, è già grande fortuna ammirarlo da lungi.
—Custodito! da un drago! Ma sapete, Landi, che siete antico, stasera!
E il drago sarebbe il nostro buon Lesarini?—
Così rispondeva la contessa Elena; e il Lesarini, che era per l'appunto il personaggio seduto al fianco della signora, sorrise beatamente, tra i due pizzi grigi, che gli vestivano con aristocratica prolissità le guance scarne.
Non era nobile, il signor Lesarini, che debbo ora descrivervi; era abbastanza ricco per vivere ozioso, e amava consumare i suoi ozi fuori del ceto in cui l'aveva fatto nascere il caso. Tra i suoi pari sarebbe stato un signore; ma ognuno ha i suoi gusti, ed egli preferiva stare coi nobili, facendo il servitore. Uomo maturo, si atteggiava a giovanotto, accettando seriamente il titolo di «molto pericoloso» che gli davano tutti per celia, lasciandolo volentieri accanto alle loro metà, compiacente amico, accompagnatore discreto, drago senza rostro e senza artigli, animale innocuo e felice, che stava accanto all'arrosto e si pasceva di fumo. Anche le signore lo avevano accettato per quello che amava di essere, e se lo contendevano, figuratevi, se lo strappavano a gara. Lesarini di qua, Lesarini di là, era il cucco delle dame, che ci si divertivano un mondo, lo mettevano a tutte le salse e lo incaricavano ancora delle loro piccole commissioni.
Il Lesarini sorrise beatamente, come vi ho detto. L'uffizio di drago, e nell'orto, non gli dispiaceva niente affatto.