—Sicuro;—replicò Emilio alla dama;—e armato fino ai denti.

—Si capisce;—rispose il Lesarini.—Io qui rappresento l'autorità di
Gino.—

Di Gino, capite? e non del conte Gino Malatesti. È usanza dei Lesarini di non chiamar mai i loro nobili amici per il casato, nè per il titolo che li distingue. Non altrimenti usano con le dame, chiamandole semplicemente, familiarmente, per il loro nome di battesimo, e preferendo il vezzeggiativo, se c'è. Così, quando si degnano di ragionare delle loro imprese col volgo profano, sogliono attaccare dei discorsi come questi:—«Sapete? ieri Corinna mi ha ricordato…. Gino mi rispondeva…. Elena mi pregava iersera…. Ho incontrato stamane Polissena e mi ha detto: ah bravo, Pippo! vi trovo in buon punto; dovreste accompagnarmi dal dentista….» Raccontando queste maraviglie, i Lesarini trionfano, fanno la ruota come i pavoni, o, se vi piace meglio, come i tacchini. Che si fa celia? Darsi del voi con la gente titolata! Essere i confidenti delle dame più cospicue della città! Avere un posticino nel piccolo Olimpo mandamentale! No, per tutti gli Dei che lo costituiscono, non c'è fortuna più grande per un signor Lesarini.

Un'altra specie di Lesarini è quella che fa la corte ai grandi uomini. Il piccolo personaggio vi conosce, vi onora del suo saluto ed anche, a ore avanzate, della sua conversazione. Vedendovi da lunge, scende dal marciapiede, attraversa la strada per muovervi incontro. Voi lo aspettate, credendo che voglia stringervi la mano, chiedervi notizie della vostra salute. Ma che? Il Lesarini vi abborda e vi dice, come se continuasse un discorso:—«Vengo da Muller, ma inutilmente, e adesso vado da Bauer. Sai? il senatore non può far la bocca alla birra di Chiavenna, ed io mi son preso l'incarico di trovarne dell'altra, o di Gratz, o di Baviera.»—A voi non importa un fico secco che il senatore non gradisca la birra di Chiavenna. Lo stimate per il suo carattere, lo ammirate per la sua parsimonia di parole in Senato, lo amate, lo venerate per i capolavori che ha dati alla patria. Ma no; il Lesarini vi ha da raccontare quel che egli mangia e quel ch'egli beve; e mentre voi, per convenienza, gli rispondete un «ah!» che vuol dire e non dire, egli vi guizza di mano.—«Lasciami, perchè ho fretta; debbo andare da Bauer.»—E vada pure; ma non senza fermarsi otto dieci volte per via, raccontando a tutti la medesima storia.

—Vi ha incaricato di ciò, Lesarini?—chiese Emilio Landi al vecchio cavaliere, al drago della contessa Elena.—Siete un uomo fortunato, voi! Ma ecco….—soggiunse, con un risolino arguto il giovanotto,—ecco un suon d'armi, che annunzia un cambiamento di guardia.

—Dite un rinforzo!—notò la contessa, che aveva udito anch'ella un tintinnìo di sciabola nel corridoio.

L'uscio del palchetto si aperse e comparve nel vano il bel luogotenente De Wincsel; biondo, dagli occhi glauchi e dalle guance rosate; a farvela breve, un angelo vestito da ufficiale di cavalleria. Il barone De Wincsel era un fiore esotico trapiantato in Italia come i suoi riveriti padroni della imperial casa di Asburgo Lorena. Nella sua bellezza bionda e rosea spiccava il tipo conosciuto degli oppressori, un tal po' dilavato nella tinta, ma grazioso per la finezza dei lineamenti, che poi, col crescer degli anni, per quella medesima finezza, fors'anche per le basette ispide e folte sotto un naso troppo piccolo, prende qualche volta un aspetto felino.

La contessa Elena accolse il nuovo visitatore con atto di familiare amabilità, mostrando così al marchese Emilio di non dar nessun peso ai suoi frizzi. Già, se ella avesse dovuto badare a tutte le punture di spilla del Landi, le sarebbe mancato il tempo per meritarne delle altre. Elena Malatesti era tuttavia nel primo anno del suo matrimonio, e già gli arguti Modenesi le avevano appiccicato il suo nomignolo di Generala. Infatti, ella non si vedeva mai senza l'accompagnamento di «un brillante stato maggiore.» Aiutanti, ufficiali d'ordinanza, ufficiali stranieri in missione temporanea, si davano la muta nel salotto della contessa, nel suo palco a teatro, allo sportello della sua carrozza sulla pubblica passeggiata. Infine, quando si è detto la Generala, non occorrono spiegazioni; la contessa Elena aveva il suo soprannome, e mostrava di averlo guadagnato.

Che diceva il conte Gino? Credo che non dicesse nulla. Il nobile, l'intelligente, l'arguto Gino Malatesti era diventato un altr'uomo da quello di prima. Il panno appariva sempre quello, ma era un panno stinto. Del resto, anche così ridotto alla condizione di ombra, anzi perchè diventato ombra, adempieva con garbo al suo uffizio di signore e padrone alla moderna, cioè di compagno, di associato, di tutore, di tutto quel che vorrete, fuorchè padrone e signore. Per lui, dopo tutto, era sempre lì pronta una parolina gentile della moglie; a lui andavano di pien diritto, e non mancavano mai, gli ossequiosi saluti e gli atti di amichevole deferenza di tutto lo stato maggiore di sua moglie. Godeva infine di una società che avrebbe potuto far felice Ulisse, nella sua reggia d'Itaca, in mezzo all'assiduità complimentosa dei Proci, se il fiero marito di Penelope, nascendo con le idee di tremil'anni dopo, avesse voluto rinunziare al gusto di spiccare il suo grand'arco dalla parete e di fare un'ecatombe, non consentita dal codice penale e disapprovata da tutti i ben pensanti del giorno.

E il conte Gino si contentava di quella vita? Ci si adattava? I ben pensanti del tempo suo, che sarebbero stati tutti d'accordo per disapprovare un suo atto d'insofferenza, non sapevano capacitarsi di tanta sua dabbenaggine.—Ma è cieco?—dicevano.—O piuttosto ama di parerlo?—