Intanto, quelle guardate della sconosciuta le davano noia. Perchè? Non guardava anche lei, forse? Ma quella sconosciuta era bella, e quelle guardate così lunghe, venendo da una bella persona, così semplice negli abiti, così composta negli atti, avevano l'aria di un giudizio in corso. Finalmente, che vi dirò? la contessa Elena era molto curiosa, voleva saper tutto, e le dava noia di ignorare chi fosse quella giovane donna, non mai veduta fino allora, e sicuramente la più bella tra quante erano allora in teatro.

—Lesarini, voi dunque non ne sapete nulla?—gridò la contessa.—Ma che uomo siete voi? Discendete un pochino e domandate a qualcheduno che sia meglio informato.

—È permesso di ignorare qualche cosa, a questo mondo;—osservò il Lesarini, alzandosi di scatto;—ma è obbligo sempre d'istruirsi, per servizio delle belle signore.—

Si mosse, così dicendo, per discendere in platea.

—Ah Lesarini!—esclamò la signora, mandando a lui la parola e l'accento appassionato, ma l'occhiata furtiva al barone De Wincsel.—È doloroso, sapete, questo vostro plurale!—

Il vecchio cavaliere sorrise beatamente, fece la ruota, ma non rispose verbo. Quando sono accusati di galanteria con molte, e di galanteria fortunata, s'intende, i Lesarini non rispondono mai. Confermare non possono; negare non vogliono; perciò lasciano correre, felici abbastanza che, in mancanza di storia, una leggenda si formi.

Andato il Lesarini a prender lingua, la contessa Elena seguitò la rassegna col Landi, e il giuoco innocente delle occhiate col De Wincsel. Ma tratto tratto guardava anche verso il palchetto della sposa Campolonghi, e quante volte puntava da quella parte il binocolo, tante vedeva lo sguardo della sconosciuta rivolto su lei.

—Andiamo via!—diss'ella finalmente in cuor suo.—È una provinciale di certo, e non sa ancora come son fatte le gran dame.—

Con questo ragionamento, che appagava la sua superbia e che aveva anche una certa apparenza di vero, la contessa Elena mise lo spirito in pace e si lasciò guardare dell'altro, come una dea dell'Olimpo, Giunone, ad esempio, scesa per gran degnazione in mezzo agli Etiopi. Infine, ad un uomo può dispiacere di esser guardato con una certa insistenza da un altro; ad una donna non può spiacer mai d'essere argomento di curiosità femminile, o di ammirazione mascolina, quando ella crede di esser bella, o sa di essere abbigliata all'ultima moda.

Si badava poco alla musica, come vedete. La musica è il linguaggio dei Numi, non c'è che dire; la musica piace anche molto alle signore, per questa ragione semplicissima, che il linguaggio dei Numi copre le voci dei mortali e permette loro di chiacchierare comodamente nei palchi. Quando si recita un dramma o una commedia, la cosa è molto difficile. Altre voci umane si alternano sul palcoscenico, l'uditorio della platea vuol sentir tutto, e zittisce spietatamente le dee che fanno chiasso sui lati. Viva dunque la musica! Quando si è prestata una mezza attenzione alla cavatina del tenore, o al duetto amoroso fra tenore e soprano, o all'aria del baritono, se questi è un bell'uomo e fraseggia con gusto, o al pizzicato degli strumenti a corde, o alla grande uscita delle trombe, per dare anche la parte sua all'orchestra, il rimanente non fa che aiutare il discorso, e le due o tre file di palchi son tutto un cinguettìo, come la frappa di un olmo sull'ora del vespero, quando ci son calate a riposo le passere.