Il terz'atto dell'opera era finito, e il marchese Landi si alzava già, per andarsene a vedere il ballo da un palco di giovanotti, più vicino al proscenio, quando capitò il conte Gino Malatesti. Sebbene fisicamente fosse sempre quello di prima, il conte Gino non pareva più lui, tanto può sull'aspetto di un uomo l'abbattimento dello spirito. Levate il sole ad una bella scena campestre, e non riconoscerete più nemmen quella. Sfiaccolato, cascante, senza brio nello sguardo, senza vivacità nel discorso, il conte Gino Malatesti era invecchiato di dieci anni in sei mesi. Entrò lento, con la sua aria d'uomo rifinito, stese lentamente la mano al De Wincsel, più lentamente rattenne col gesto l'amico Landi al suo posto, e si assise nel fondo del palco, rispondendo breve a ciò che quei due gli dicevano. Poco stante, essendo ripresa la conversazione tra essi e sua moglie, si ecclissò, rimanendo sul posto, e non si seppe neanche più che ci fosse.
—Vedete mio marito;—disse dopo qualche minuto la contessa Elena.—È capace di dormire.
—Non dormo;—riprese Gino;—ascolto ciò che dite voi altri.
—Ecco, se dovessi dire, non ne hai proprio l'aria;—osservò Emilio
Landi, mettendosi galantemente dalla parte della signora.
—Se almeno tu volessi raccontarci le visite che hai fatte!—ripigliò la contessa.
—Mi avrai veduto;—rispose Gino.—Sono stato da mamma….
—Cinque minuti!—interruppe ella.—E poi?
—E poi dalla Pallavicino, dalla Borsi, dalla Frassinori.
—Che dice la divina Giulia?—domandò la contessa.—È sempre nemica della musica del nostro Verdi?
—Ah, non so…. non ne ha parlato.