—Ma finitela con queste chiacchiere;—gridò la contessa, spazientita.—Come si chiama questa signorina?

—Per cui tanto reo tempo si volse!—soggiunse, come se volesse compier la frase, l'impenitente marchese Emilio.

—Una Guerri;—disse il Lesarini.—Sapete, e se non lo sapete ve lo dico io, che la Campolonghi sposa un Guerri, del Reggiano. Gente ricca, questi Guerri, ma vivono quasi sempre in montagna. Orbene, quella ragazza è una Guerri, di Fiumalbo, cugina dello sposo, e venuta a Modena, per assistere alle nozze.—

Il conte Gino, sulle prime, non aveva badato al discorso del Lesarini.
Non avea neanche udito il nome dei Guerri; udì invece il nome di
Fiumalbo, e si scosse.

—Che c'è?—domandò egli.—Che dite di Fiumalbo?

—Ah sì!—esclamò il Landi.—Tu ci sei stato, da quelle parti, e dovresti anche conoscerla, quella bellezza rara.

—Che bellezza? Dove?—riprese Gino, turbato.

—Laggiù, al numero quindici. Prendi il binocolo, se vuoi vederla meglio. È una Guerri, di Fiumalbo.—

Gino aveva preso il cannocchiale, ma lo lasciò tosto cadere, e fu bene che il Landi non lo avesse ancora abbandonato del tutto, se no, povera madreperla, e povere lenti! Guardava frattanto, il povero Gino, guardava là, dove il Landi gli aveva indicato, e donde oramai non poteva più sviar l'occhio; ma intravvide appena, e una nube gli offuscò la pupilla.

—Guerri! di Fiumalbo!—diceva frattanto la contessa
Elena.—Sicuramente tu dovresti conoscerla, se ci sei stato sei mesi.
Anche a me pare di aver sentito nominare questa famiglia. Da chi mai?
Ah, ricordo, da mia madre, otto o nove mesi fa, quando ebbe le prime
notizie tue dal ministro.—