La mattina seguente capitò al palazzo Malatesti la marchesa Polissena. Veniva a vedere perchè la contessa sua figlia fosse partita così presto da teatro. Che diamine! Non si va via dallo spettacolo, quando esso è sul più bello. Ci sono dei doveri sociali anche nei divertimenti, ed occorrono ragioni assai forti per rinunziare alle commozioni artistiche di un passo a due. La marchesa Polissena seppe allora che sua figlia aveva dovuto andarsene per obbedienza ai capricci di un marito geloso o seccato.
—Che vuol dir ciò?—chiese ella, entrando con piglio tragico nello studio del conte Gino.—Perchè queste scenate, che non si usano più, che non si sono usate mai, nella buona società? Elena mi ha confessato tutto. Voi dunque vi mettete a fare il tiranno? È una parte odiosa e ridicola, ve ne avverto, e intendo che la smettiate.—
Il conte Gino lasciò passare quella raffica; poi freddamente rispose:
—Mi duole di dovervi avvertire che in casa mia faccio quel che mi pare, e di quel che faccio non rendo conto a nessuno.
—È il vostro programma?
—Decoratelo pure di questo nome: è il mio modo di vedere.
—Non è il mio, e avrete la compiacenza di cambiarlo;—rispose la marchesa Polissena.—Voi siete il marito di Elena, ma io sono sua madre. Non ve l'ho concessa, ricordatelo, non ve l'ho concessa perchè aveste a tiranneggiarla.
—Ah, signora!—esclamò Gino, spazientito.—Meglio avreste fatto a non concedermela, poichè vi piace di usare questo verbo, scambio d'un altro che sarebbe più adatto.
—E quale di grazia?
—Debbo io rinfrescare la vostra memoria? Questo matrimonio, di cui vedevo tutto l'orrore (perdonate, se non trovo altro vocabolo), questo matrimonio, che voi per la prima avreste dovuto giudicare impossibile, voi me lo avete imposto, signora!—