La marchesa Polissena si morse le labbra. Ma ella non era donna da turbarsi per così poco.
—Sia pure;—diss'ella;—imposto, perchè vi è stato offerto come il corrispettivo di certi perdoni. Accettando i benefizi che v'erano annessi, dovevate accettarne le condizioni.
—Le ho io violate?—gridò Gino.—Da sei mesi la vostra figliuola è padrona di far tutto ciò che le pare e piace; da sei mesi ella ha in me un marito esemplare.
—Parleremo di ciò;—ribattè la marchesa.—Per intanto, iersera avete sfoderata la vostra autorità, e molto inopportunamente, per il luogo e per l'ora. Con quale ragione? Sareste voi capace di dirlo?
—È una ragione onesta, signora, e non temerò di sottoporla al vostro giudizio;—rispose Gino, con calma.—Ho veduto iersera un capriccio, di ragazza viziata, e il proposito deliberato di offendermi. Posso lasciar correre molte cose, signora; non posso egualmente permettere che si deridano sentimenti sacri, di rispetto e di amicizia, per chi è tanto al disopra di noi; non posso permettere che si entri con quell'aria di sprezzo nel santuario dei miei ricordi, e mi si butti in faccia quello che io ho sempre gelosamente custodito, come la parte migliore di me.
—Di bene in meglio!—esclamò la marchesa.—C'è qui una progressione ammirabile. E coloro che credettero un giorno di essere qualche cosa in quel vostro santuario, possono invidiare il posto che voi avete dato a certi ricordi più freschi. Gino,—soggiunse la marchesa, mutando improvvisamente il tono delle sue parole,—voi mi ricordate in mal punto l'offesa che ho ricevuta da voi.
—Da me? V'ingannate, bella signora;—rispose Gino, dissimulando a stento il fastidio di quella disputa;—già un'altra volta ho avuto occasione di dirvelo, e speravo oramai di avervi persuasa. Chi aveva dimenticato, di noi due? Mandato a confine, senza che mi lasciassero il tempo di vedere nessuno, vi scrissi, e non ebbi risposta. Non potevate darmi un cenno di voi, lo capisco; eravate tanto impegnata nella stagione teatrale immaginata e architettata da voi!
—Sciocchezze!—mormorò Polissena.—Volevate voi che io mi rendessi la favola di tutta la città? La mia condizione era forse tale da permettermi di trascurare ogni riguardo per voi?—
Gino raccolse con un sorriso amaro quella grande argomentazione.
—Ah sì!—diss'egli di rimando.—I riguardi, le apparenze, le convenienze sociali volevano che voi andaste ai bagni di Lucca, accompagnata da Emilio Landi. Ma non vi biasimo, badate; un cuore guarito non sente più certi dolori, e il mio amor proprio aveva ceduto in tempo ai consigli della ragione. È quasi ridicolo, per non dir peggio, che io parli ora a voi, mia suocera, di queste ragazzate del tempo antico. Ho infine accettata la legge vostra; sono passato sotto il giogo, come un vinto; che cosa volete di più? Sono un marito esemplare, già ve l'ho detto; concedo a mia moglie ogni libertà….