—Di un'ombra;—rispose Gino.—E quest'ombra, suscitata con discorsi imprudenti da voi.
—Sì, ora accusate me!—gridò Polissena.—Dopo essere diventato coi vostri amori di montagna la favola di tutta Modena, pretendevate che niente giungesse, nemmeno l'eco delle vostre sciocchezze, all'orecchio di Elena? Pure, ella seppe dimenticare quella storia, poichè vi ha sposato. Date colpa a voi, se la vostra freddezza, il vostro essere sempre col pensiero altrove, hanno richiamato alla sua mente i discorsi di tutti. Un caso che non so ancora spiegarmi, o che potrei spiegarmi troppo bene, le ha condotta davanti la vostra innamorata. Doveva ella non darsene per intesa? Conoscete assai male le donne, conte Gino, se credete che possano tollerare queste offese al loro amor proprio.
—Ah, manco male!—esclamò Gino.—L'amor proprio, che non è punto l'amore!
—E che perciò? Anche quando l'amore ci è uscito dal cuore, l'amor proprio rimane;—replicò Polissena.—Non offendete l'amor proprio di una donna, quando ne avete perduto l'amore. Ma questi sono discorsi vani, tra noi;—soggiunse la bella sdegnata.—Ditemi piuttosto che cosa contate di fare.
—Io?—chiese Gino, maravigliato.—Nulla.
—Ma vostra moglie è offesa.
—Lo sono più di lei; e mi fate pensare che ella deve scusarsi con me di una sgarbata allusione.
—Non lo sperate!—gridò Polissena.—Se anche Elena acconsentisse ad umiliarsi davanti all'ombra della vostra Dulcinea, non lo permetterei io, mi capite? Io, sua madre, non le permetterei di avvilirsi al cospetto dell'ombra. La chiamo così, per imitarvi,—soggiunse la marchesa, con piglio sarcastico,—quantunque l'abbia veduta anch'io, in carne ed ossa, la contadina per cui avete tanto sospirato. Bella, sì, d'una sciocca bellezza! La bellezza dei capegli neri! Ve ne ricordate, conte Gino? La sentenza è vostra, e di quei tempi che davanti ai vostri occhi avevano grazia solamente le bionde. Molto involontariamente, credetelo, ma ho pur dovuto pensarci, vedendo quell'ottava meraviglia. Gran cosa, la vostra contadina! Divinità eccelsa, a cui tutto si dovrebbe sacrificare, la dignità di mia figlia e l'onor mio! Badate Gino! ho ancora le braccia lunghe, e posso farvi pentire.—
Stendeva il braccio, così dicendo, e quel braccio pareva lungo davvero, con quella bianca mano aperta in atto di minaccia.
—Come?—gridò Gino.—Che cosa ardireste ancora?