—Dio mio! Il Lesarini, ferito? È un uomo che non conta nulla. Il Landi, ferito? È un vecchio amico nostro, e vorrà dimenticare queste scioccherie.

—C'è il De Wincsel;—notò la marchesa.

—Ah, sì, il De Wincsel! Ci venivo;—rispose Gino.—Al barone De
Wincsel darò tutte le spiegazioni che egli mi chiederà.

—È un uomo delicato e non chiederà nulla.

—Tanto meglio per la sua delicatezza;—replicò Gino, spazientito.—Penserò, del resto, al vostro consiglio. Non credete voi che io debba in questo caso consultare anche mio padre?

—Che bisogno c'è di parlare al conte Jacopo?

—Lo vedo io, il bisogno, e spero lo riconoscerete anche voi. Mia moglie, per un semplice invito a lasciare il teatro, mi mette al punto di dover discutere con voi i termini di una solenne riparazione. È un affare grave, adunque, un affare di Stato! Se ella si è consigliata con sua madre, non dovrò io consigliarmi con mio padre?—

La marchesa Polissena stava per dargli risposta, quando fu bussato all'uscio, e un servitore entrò, annunziando l'arrivo di due signori, che chiedevano di parlare al conte Gino.

—Falli passare nel salotto;—disse Gino, dopo aver dato una guardata ai biglietti di visita che il servitore gli aveva consegnati.—Vengo subito da loro.—

Il servitore s'inchinò ed escì, per eseguire i comandi ricevuti.