—Suocera mia, permettete?—ripigliò Gino, volgendosi a Polissena.—Ripiglieremo la nostra conversazione più tardi. Se pure,—soggiunse con aria dolente,—non vi sembra che abbiamo discorso già troppo per così piccolo argomento.
—Che cosa vogliono questi signori?—domandò la marchesa, senza por mente alle parole di Gino.
—Non so; vado a vedere;—diss'egli.
—E chi sono?
—Due amici, signora.
—Due amici! E mandano i loro biglietti di visita!
—Mah!… Forse per non vedere storpiati i loro nomi da un servitore;—rispose Gino, sorridendo.
Era il suo primo sorriso, dacchè la marchesa Polissena era entrata nello studio. Ed era anche giusto che sorridesse, il povero conte Gino. La visita di quei due personaggi gli recava la speranza di un diversivo, di uno di quei buoni ed utili diversivi, che sono invocati, salutati come la man di Dio, nei momenti difficili.
La marchesa non domandò altro e lo lasciò partire, rispondendo con un cenno del capo al suo ossequioso saluto.
Capitolo XVII.