—Ebbene, vogliano fissarmi un appuntamento per questa sera, e avrò l'onore di presentarli.—
Il luogotenente prese dal suo taccuino un biglietto di visita e ci scrisse con la matita poche parole accanto al suo nome.
—Eccole il nostro recapito;—disse, porgendo il biglietto al conte
Gino.—Alle sei, se Le pare.
—Anche alle cinque;—rispose Gino.—E prima, se credono; purchè mi concedano il tempo di trovare due amici. Non prevedendo la loro visita, son costretto a farli aspettare un pochino.
—Che dice Ella mai? Faccia il suo comodo;—disse il tenente.—Aspetteremo i suoi rappresentanti dopo le cinque, com'Ella propone. E grazie, signor conte, e voglia perdonarci il disturbo.—
Qui furono inchini da una parte e dall'altra, e i due padrini del barone De Wincsel si ritirarono, accompagnati dal conte Gino Malatesti fino all'uscio della casa.
Ah, finalmente! il diversivo era trovato; Gino poteva smaltire la collera in qualche modo, sfuggendo alle persecuzioni, alle minacce della terribile suocera. Ma una cosa non aveva egli preveduto, cioè di trovarsela ancora davanti, mentre ritornava nelle sue stanze, per prendere il cappello e il pastrano.
Polissena era là, ritta accanto alla portiera, in atteggiamento severo, disposta a fargli pagare il pedaggio.
—Vi battete?—gli disse.
Gino la guardò con tanto d'occhi, avendo l'aria di cascar dalle nuvole.