—Non crediate di potervi infingere con me;—riprese Polissena.—Ho udito tutto.

—Me ne duole;—disse Gino.—Qualunque cosa avrei potuto credere, fuor questa, che voi, signora, aveste il costume di ascoltare agli usci.

—Tenetevi le vostre lezioni!—gridò la marchesa.—Non ne ricevo e non ne tollero. Il vostro duello non avverrà.

—Che intendereste di dire? Come potreste opporvi voi?

—Lo so io, il come. Vi dico che non vi batterete, dovessi per ciò farvi mettere sotto chiave.

—Mi fareste passare per un vile;—disse Gino.—Non ci mancherebbe più altro; sarei completo, in fede mia!—

Frattanto era giunto a spiccare il pastrano dalla gruccia.

—Signora,—soggiunse egli,—i miei doveri! E vogliate essere più umana con me, ve ne prego!—

Polissena rispose alla preghiera con un gesto di minaccia, e si ritirò verso le stanze di sua figlia, mentre egli muoveva verso l'uscio di casa, per andare in traccia di due padrini.

Le ricerche non furono lunghe, nè difficili. I due primi gentiluomini a cui si rivolse il conte Gino Malatesti accettarono subito, recandosi ad onore di servirlo. Gino diede loro il ricapito dei padrini avversarii, e l'ora e il luogo dove li avrebbero trovati ad aspettare. Il mandato suo, si capisce, era di accettare lo scontro, senza discutere sulle cause: quanto alle condizioni, le desiderava gravissime. I due padrini non accolsero la seconda istruzione così favorevolmente come avevano accolta la prima.