—Se noi domandiamo le condizioni più gravi,—gli dissero,—si crederà poi in città che fossero gravi le offese.
—Ma è già grave,—ribattè Gino,—che mi si voglia imporre l'umore con cui debbo entrare nel mio palco, a teatro.
—Sì, va benissimo; hai un monte di ragioni;—risposero i padrini.—Ma tu non devi dare argomento di supposizioni calunniose alla gente. Del resto, lascia fare a noi; ci regoleremo secondo le circostanze, e provvederemo all'onor tuo, come vorremmo che in un caso simile fosse provveduto al nostro. Ti va?—
Gino ringraziò i suoi padrini, e se ne ritornò al palazzo Malatesti, verso le quattro del pomeriggio.
La contessa Elena non era in casa. Poco dopo la partenza del marito, era escita a far visite, in compagnia di sua madre. Più tardi era venuto un servitore di casa Baldovini ad annunziare che la contessa si fermava a pranzo dai suoi.
—Tanto meglio!—pensò Gino, come il suo servitore gli ebbe fatta relazione della cosa.
Era appena entrato nel suo studio, quando sopraggiunse suo padre. Il conte Jacopo appariva più grave, più accigliato del solito, e Gino capì tosto che dalla marchesa Polissena, o da Elena stessa, era stato informato di tutto.
—Che c'è di nuovo?—gli disse suo padre, sedendosi davanti alla scrivania, in quel medesimo atteggiamento di giudice che abbiamo già veduto a Sassuolo.—Che cosa sono questi duelli e questi dissapori in famiglia? Non debbo io saper nulla?
—Padre mio,—rispose Gino,—tutto ciò è avvenuto improvvisamente, e mi sarebbe mancato il tempo di adempiere un obbligo urgentissimo di cavalleria, se fossi venuto subito da te per consiglio. La marchesa Baldovini del resto, se è lei che ti ha informato, poteva aggiungere che io stesso non volevo risolver nulla, di ciò che ella pretendeva da me, senza ricorrer prima al tuo senno e alla tua esperienza. Vuoi tu ascoltarmi, ora?
—Parla;—rispose il vecchio, senza smettere il cipiglio con cui era entrato poc'anzi.