Gino narrò tutto, dal principio alla fine, rifacendo anche brevemente la storia di sei mesi, che tanti ne noverava il suo matrimonio. Il conte Jacopo lo ascoltò, senza interromperlo mai, senza dar cenno di approvazione o di biasimo.
Così, del resto, dovrebbero ascoltare i giudici. Il conte Jacopo Malatesti non aveva portato mai la toga e il berretto; pure, doveva esser venuto al mondo col bernoccolo del magistrato. Solo a vederlo, si sarebbe potuto credere di aver davanti uno di quei vecchi consiglieri di corte, la cui gravità vigilante non tradisce mai un movimento, anche lieve, la formazione di un pensiero, e gli occhi non brillano che a guisa di punte luminose, per penetrare nei meandri oscuri di un processo, mentre la faccia, immobile come una maschera, tutta a scomparti come una libreria, non fa mostra che di dottrina legale, e in ogni fascio di que' muscoli magri è ristretto un titolo di Codice, da ogni grinza fa capolino un commento.
Gino parlava, e parlando interrogava con gli occhi la faccia di suo padre. Quella faccia era muta, e il nostro giovinotto poteva temere di non aver favorevole il suo giudice. Perciò fu grande la sua maraviglia, quando, finita la sua esposizione, si sentì dire dal conte Jacopo:
—Va bene.—
—Ah!—esclamò egli, sollevato.
—Mi rincresce del duello;—riprese il conte Jacopo;—ma ci vorrà pazienza, ed io non lo disapproverò, in questa occasione. Un gentiluomo non deve sopportare che nessuno gl'insegni a qual ora e in quali circostanze gli è permesso di ricondurre a casa sua moglie.
—Padre mio! Tu dunque mi approvi? Tutto è bene, in quel che ho fatto?
—Non tutto;—rispose il conte Jacopo.—Da qualche tempo aspettavo che tu vedessi la necessità di mettere un po' d'ordine nella tua famiglia, che è a mala pena incominciata. Certa leggerezza di modi, che è permessa oramai in casa Baldovini, non è ancora lecita, e spero non lo sarà mai, in casa Malatesti.—
Gino avrebbe potuto rispondere a suo padre:—«o allora perchè volere questa alleanza coi Baldovini?»—Ma egli avrebbe messo in un grave impaccio quel vecchio gentiluomo, che, come tanti e tanti del suo tempo e del suo grado, vedeva nel matrimonio un contratto, stipulato per la continuazione della stirpe, e, dopo ciò, lentamente degenerato in un vincolo di convivenza, e quasi quasi di tolleranza scambievole, sotto le apparenze di una gran dignità.
Del resto, il conte Gino pensava in quel momento a tutt'altro.