E si mise a passeggiare, borbottando, mentre Gino aspettava. Era una battaglia morale che il vecchio conte dava a qualcheduno, forse a se stesso; e quella battaglia finì con una vittoria.

—Vieni!—diss'egli finalmente, volgendosi al figlio.

—Dove?

—Dal ministro.—

Gino pensò al grande sacrifizio che faceva in quel punto suo padre. Il ministro e il conte Jacopo erano nemici da lunga mano, sotto le apparenze dell'ossequio cortigiano, ed egli lo sapeva, ne aveva veduti gli effetti. La sentenza per cui egli era stato mandato a confine, più che a punir lui, non era diretta a ferire suo padre? Per ottenere il perdono di Gino Malatesti (doloroso perdono! così non fosse venuto mai!) c'era voluto un sorriso di donna, mentre sarebbe dovuta bastare una preghiera del conte Jacopo, del più fedele tra tutti i sudditi del Duca.

Pensando queste cose e immaginando quanto dovesse costare a suo padre la risoluzione fatta in quel punto, Gino Malatesti afferrò la mano del vecchio e la baciò in un impeto di affetto e di gratitudine.

—Sì, è un sacrifizio, ma bisogna farlo;—disse con nobile semplicità il vecchio gentiluomo, che aveva inteso nell'atto il pensiero di suo figlio.—Se il marchese Paolo ha ancora un briciolo di cuore, lo intenderà, e vorrà tenermene conto.—

Escì allora, seguito da Gino, e andò difilato alla casa del potente avversario, dell'antico rivale politico.

—Sua Eccellenza è in casa?—domandò il conte Jacopo al portiere gallonato, che stava a pie' delle scale.

—Sì, illustrissimo; è tornato da poco. Fra mezz'ora andrà a tavola.