—Andrete fin là!—gridò il conte Jacopo.

—Fin là, mio buon amico, ed oltre ancora, se fa bisogno. Ciò per la seconda ragione, che io vi dirò schiettamente. Non entra nei concetti del governo che si facciano duelli tra ufficiali, specie stranieri, e cittadini dello Stato, specie della classe più alta e più in vista. C'è, non molto lungi da noi, chi bada a queste cose, le nota, le propala artificiosamente, per farsene arma contro di noi. Parlo liberamente,—soggiunse il ministro,—davanti al conte Gino, vostro figlio, che è stato in Piemonte e sa benissimo ciò che io voglio dire. Ora gli artifizi non debbono offuscare i fatti, e il fatto, nel caso presente, è questo, che le nostre intenzioni son pure. Ma poichè in politica non basta essere, e bisogna anche parere, sopra tutto parere quello che si è, noi non daremo occasione o pretesto a sospettare di noi quello che non è. Un diritto storico sostiene Casa d'Este e i suoi legittimi eredi; l'amore dei popoli è e deve apparire l'unica difesa di questo sacro diritto. Questo fu sempre il mio pensiero, questa la mia dottrina di governo, a cui s'aggiungono i consigli dell'esperienza. Non è più possibile, dopo il gran fatto della Rivoluzione francese, dopo il lievito di idee nuove, anche false e pericolose, che l'impresa napoleonica ha lasciato per tutta Europa, e più che altrove in Italia, non è più possibile, io dico, fondar nulla sui principii di un cieco assolutismo. Eppure, voi lo sapete al pari di me, in tempi che volevano prudenza somma, fermezza e dolcezza paterna, noi non abbiamo quasi fatto altro che della cattiva politica.—

Il conte Jacopo scosse malinconicamente la testa, come per rispondere:—«lo so benissimo!» Ma l'atteggiamento delle labbra voleva soggiungere:—«che ci ho da far io?»

—Voi non ci avete colpa;—ripigliò il ministro, indovinando il pensiero del vecchio Malatesti.—Voi siete stato fuori di queste miserie; beato voi! Ma se volete dimenticare i nostri dissidi, riconoscerete anche la lealtà delle mie intenzioni. Si vede il meglio e si pon mano al peggio, pur troppo. E perchè questo? Perchè non si è sempre padroni di fare ciò che la dottrina e l'esperienza consigliano. Abiti inveterati, ragioni d'ambiente, i medesimi dirizzoni dei nostri tutori…. Perchè, infatti, noi siamo ancora sotto tutela. I maneggi e le insidie di un governo che ebbe sempre l'audacia all'altezza delle proprie ambizioni, hanno costretta la Casa d'Asburgo ad una estrema vigilanza, di cui qualche volta hanno sentito il peso i suoi protetti, assai più che non i suoi stessi nemici. Così abbiamo dovuto apparire troppo rigidi noi, i quali non desideravamo che di aver pace e di darne. Di ciò vi ho detto abbastanza, mio vecchio amico, e vi soggiungerò col nostro poeta: «Se' savio e intendi me' ch'io non ragiono.»—

Citava anche Dante, il signor ministro, e lo chiamava «il nostro poeta.» Ah, di sicuro, la rivoluzione era nell'aria.

Gino ascoltava, maravigliato da tutta quella soavità di discorso e da tutta quella umanità di pensieri. Il marchese Paolo era un mago, un incantatore, un affascinatore di spiriti. Ed era quegli il terribile ministro che aveva mandato lui a confine senza ombra di processo? Sicuramente; e in una breve esposizione delle sue idee, seguita da un discreto accenno alla pratica cui era stato condannato, lasciava anche intendere come avesse potuto ordinar cose contrarie alla sua teorica, al suo ideale di governo.

—Ritorno al punto donde eravamo partiti;—ripigliava frattanto il marchese Paolo.—Questi duelli, questi scontri in cui si compiace troppo la bollente gioventù, sono riprovati dalla ragione, condannati dalla legge morale. Ma quello che avrebbe condotto il vostro figliuolo a incrociare la spada col barone De Wincsel era anche contrario alla ragione di Stato. Se mi fosse giunta per le vie ordinarie la notizia della sfida, avrei provveduto egualmente ad impedire il duello. Ne fui straordinariamente avvertito, ve lo confesso, e promisi di fare quello che ho fatto; lo promisi tanto più volentieri, in quanto che il provvedimento rispondeva perfettamente al mio modo di vedere. Non sapevo, mio caro Jacopo, non potevo credere che non rispondesse egualmente al vostro.

—Per la ragione che vi ho detta;—rispose il conte.—Ragione intima, come vedete, ragione delicatissima.

—Non lo nego, e per ciò appunto lodevole;—replicò il ministro.—Siete una stirpe di soldati, voi altri, e non dirazzate dai vostri antichi, no davvero! Sono le grandi occasioni, quelle che mancano a voi, come a noi. Ma chi sa? L'avvenire è così grande!

—Io mi auguro,—disse il conte Jacopo, non intendendo quell'accenno al futuro,—io mi auguro almeno che mio figlio viva da gentiluomo e curi severamente l'onore della sua casa. Egli ha potuto in qualche cosa dispiacervi, lo so, ma voglio anche sperare….