—Perchè dite questo, Jacopo?

—Perchè lo sento, e perchè mi sembra di esser meno colpevole, accusandomi. Se sapeste come son pentito di aver voluto queste nozze, e di averle imposte a mio figlio! Mi scusi almeno nel cuor suo il pensare che io credevo di assicurare la sua felicità.

—Eh via, non temete tanto che essa sia per mancargli!—rispose il ministro.—Siamo calmi e prudenti, nel considerare le cose. Appunto perchè ho veduto che s'incominciava a perder la calma e si rischiava di dimenticare la prudenza, ho fatto io quello che ho fatto. So che non c'è nulla di cui vostro figlio abbia seriamente a dolersi. Un po' di leggerezza, lo capisco; troppa gente in casa vostra!… Ma qui la contessa non ci ha colpa. Gli usi della casa paterna le hanno dato l'esempio. Questi usi, poi, non sono insoliti nelle nostre città, e non bisogna neanche accusare quella povera marchesa Polissena. In Italia le abbiamo sempre avute, queste case ospitali, veri porti di mare, dove affluiscono tutti, cittadini e forastieri, nobili di sangue e nobili d'intelligenza, poeti, maestri di musica, scultori, pittori, diplomatici e soldati. Un padrone di casa che abbia un bel palazzo e delle consuetudini di magnificenza, una signora che sappia ricever bene le persone che la sua bellezza ha attirate, qualche bella ragazza per farle riscontro, un buon Erard da suonare, un bell'albo da riempire di versi e di bozzetti, di massime e di tocchi in penna, una tazza di tè alla sua ora, dei vecchi quadri, delle vecchie tappezzerie da far ammirare dagli intelligenti, ma sopra tutto dagli ignoranti, ed eccovi il salotto naturalmente formato, eccovi il ricevimento obbligato in chiave. È storia vecchia oramai. Capisco che per esser vecchia, non dovrebbe esser più quella dei nostri giorni. I gusti e i passatempi dovrebbero cambiare secondo le età. Occasioni di passar la serata gradevolmente, ogni città ne offre a tutte le borse, a tutti i gradi d'intelligenza e di educazione. Il salotto alla francese si capisce ancora, ma in Francia, a Parigi: dove son cento, questi luoghi di amabile ritrovo, e ogni padrona di casa può scegliere la sua società. Da noi la società non può esser scelta, quando il salotto è unico, e tutti ci si affollano, e quei tutti son sempre i medesimi. Il salotto del tipo nostro, vero anacronismo vivente, è un allargamento della famiglia, una invasione, un quartiere d'inverno, che tutti, amici e conoscenti, prendono in casa vostra, ed è naturale che il padrone sia quello che ci vive peggio di tutti. Vo' dirlo questa sera alla marchesa Polissena. Ciò servirà per dare una diversione alle sue collere. Ci verrete anche voi, non è vero?

—Il mio Gino non potrà fare a meno di recarsi a cercare sua moglie;—rispose il conte Jacopo.

—Ah, già, la contessa Elena è a pranzo da sua madre;—notò il ministro, ricordandosi.—La marchesa mi ha detto anche questo. Venite anche voi, Jacopo. Ci sono dei momenti che tra moglie e marito un testimone è necessario, per rendere impossibili i discorsi aspri, ed anche i silenzi noiosi. Del resto, lasciate fare a me;—soggiunse il ministro.—Metteremo la pace in quello spirito esacerbato della marchesa. Ella ha un po' di deferenza per me; nè io, se bisognerà, le risparmierò le osservazioni.

—Ve ne sarò grato, mio buon Paolo!—disse il vecchio Malatesti.

—E ai signori Guerri…—disse Gino a sua volta.—Ai signori Guerri nessuna molestia, non è vero, Eccellenza?

—Conte Gino,—rispose gravemente il ministro,—ho fatto una solenne promessa a vostro padre. I vostri ospiti ed amici di Fiumalbo non saranno toccati, fino a tanto sarò io a questo posto, per la fiducia del principe, e per la mediocrità dei tempi.—

Ancora i tempi! e dichiarati mediocri! Evidentemente, il ministro diceva così per modestia, e un umile cenno del capo, ond'era accompagnata la frase, voleva darle un significato di quella fatta. Ma insieme con l'umiltà del gesto veniva un'occhiata espressiva, che il conte Gino poteva interpetrare molto diversamente.

—È tempo che vi leviamo l'incomodo;—disse il conte Jacopo, alzandosi.—Poc'anzi il vostro servitore è comparso sull'uscio, e voi l'avete rimandato con un gesto.