—Che!—disse il ministro.—C'è sempre tempo, per mettersi a tavola. Aggiungete, mio caro Jacopo, che un buon antipasto vale il migliore dei pranzi. La vostra visita mi ha colmato d'allegrezza, sapete? Grazie, grazie, grazie!—soggiunse il marchese Paolo, con grande effusione di cuore, e stringendo forte le mani del vecchio Malatesti.
Poi, rivolgendosi a Gino, così gli parlò:
—State di buon animo, mio giovane amico. Se la vita domestica ha qualche pena, non vogliate affliggervi oltre misura. In fondo, questa vita non è profondamente triste che per le condizioni medie, siano esse di fortuna, o d'intelletto. I gran signori a cui tutte le ambizioni son lecite, i grandi ingegni a cui son comandate, non si fermano troppo a meditare su queste miserie e non ne sentono l'affanno invincibile. Anche quando hanno l'inferno in casa (e voi non lo avete; mettiamo che sia appena appena un piccolo purgatorio) possono escirsene fuori «a riveder le stelle», come il marito di Gemma Donati, il quale fu un savio, pari al marito di Santippe. Chi ha le grandi cose nell'animo deve raccogliersi in quelle, per prepararsi alle grandi cure. La patria ha mestieri di uomini capaci di servirla e sciolti da ogni altro pensiero, per dedicarsi intieramente ad essa. Voi m'intendete, non è vero? Sia piccolo grande lo Stato, ha sempre un fine più vasto e più alto di ciò che appare nelle sue circostanze presenti. Abbiate dunque le idee tanto larghe da comprendere quel fine, a cui potreste aver la fortuna e l'onore d'indirizzarlo voi stesso; non rimpicciolite queste idee nelle noie e nei sopraccapi della vita domestica; tutte cose che si acconciano per via, e ordinariamente da se.—
Bei consigli, in verità, quelli del marchese Paolo al conte Gino Malatesti. Egoistici, se vogliamo, ma niente più di tanti e tanti altri che governano il mondo. Ma che potevano fare quei consigli, ad un cuore infranto come quello di Gino? Il ministro non vedeva che un lato della quistione: i dissapori e le noie domestiche del giovane Malatesti. Egli dimenticava Fiumalbo, e la fanciulla dei Guerri.
Quella sera, secondo l'uso suo, il marchese Paolo andò a visitare la sempre bella Polissena. Le apparizioni serali del potentissimo personaggio in casa Baldovini erano la gloria e la forza della signora marchesa, il cui salotto poteva considerarsi come un'appendice della Corte ducale. Si era sicuri di trovar là il Governo, e si andava a raccogliere i sorrisi, a raccattare i monosillabi, che cadevano dalle sue labbra venerate. Dico i monosillabi, perchè non a tutti il marchese Paolo soleva parlare, come aveva fatto quel giorno ai Malatesti, in un momento di giustificata espansione. Ora, se i discorsi mancano, anche i monosillabi hanno il loro pregio, quando sono la voce del potere; di un potere tanto più eccelso, tanto più glorioso, in quanto che esso è esercitato in nome di un padrone assoluto, senza sindacato di Camere alte e basse, come senza divisione di autorità, di uffici e di carichi.
Polissena aspettava il ministro; lo aspettava per consigliarsi con lui, in apparenza, ma nel fatto per avere da lui l'autorità di minacciare un grosso guaio a suo genero, al ribelle, che voleva comandare in casa propria. Immaginate dunque lo stupore della bella marchesa, allorquando, poi ch'ella ebbe toccato il tasto della vendetta che bisognava trarre dei Guerri, si udì rispondere dal ministro una sola parola, e la meno aspettata:—Impossibile.—
—Impossibile, avete detto?—gridò ella.—E perchè?
—Perchè, cara mia, non c'è nulla di grave contro essi.
—E l'inchiesta?
—L'inchiesta è insufficiente. Non è riuscita a mettere in chiaro che certi discorsi fossero proferiti da alcuno di loro. Se c'è un filo da seguire, esso conduce dove non vorremmo andar noi, cioè a vostro genero.