Aminta Guerri non aveva perdonato. Indole schietta e sana, uomo tutto d'un pezzo, come si diceva una volta (e si diceva, perchè si usava ancora esser tali), Aminta ignorava certe transazioni dalla coscienza, per sè, e non le intendeva negli altri. Chi prometteva una cosa e ne faceva un'altra, era per lui un mancatore di fede: ed egli non concedeva a quell'uomo le circostanze attenuanti, se non per mutare il suo odio in disprezzo.

A questi patti, voi lo intendete, Gino Malatesti non poteva sperar nulla di buono da lui. Avrebbe dovuto resistere ad ogni volontà, sfidare ogni pericolo, per meritare la stima e l'affetto di Aminta. Un po' di carcere ai suoi amici!… Ebbene, tanto meglio. Non era quello il tempo da ciò? Vengono pure i bei momenti eroici, per un popolo sventurato! Poveri i vecchi a cui era mancata perfino l'occasione di farsi utilmente vivi a quel modo! Ma allora, vivaddio, anche il carcere era una battaglia, e doveva esser lieto chi ci andava, e render grazie a chi gliene porgeva occasione.

Vedete infatti; di tanti martirii, di tante sofferenze, s'incominciava a raccogliere il frutto. Gravi risoluzioni erano state prese nel segreto dei colloquii diplomatici, e quel segreto lo sapevano tutti, in Italia. Il Piemonte si armava a furia; la Francia, la nobile Francia, caldeggiava l'impresa. Ancora qualche mese, e una frase severa di Napoleone III all'ambasciatore austriaco appiccava il fuoco alle polveri. La guerra imminente! E qual guerra! La guerra divina, di tutto un popolo contro i suoi oppressori. Lungamente abbracciato dai suoi, benedetto dal padre. Aminta Guerri andò per certi negozi domestici fino a Massa, nella primavera del 1859. Da Massa si avviò a Carrara; di là scese alla Magra e non respirò fino a che non ebbe passato il confine. Era libero, libero; non aveva più birri alle calcagna, non più timore di carceri ducali. Da Sarzana, viaggiando a furia, si recò a Genova; e là, prima ancora di entrare in un'osteria per mangiare un boccone, veduti alcuni soldati per via, domandò loro dove avessero il quartiere.

—In piazza di San Leonardo,—gli dissero,—ma il quartiere si chiama di Sant'Ignazio. C'è il deposito del 7^o reggimento.

—Che significa il deposito?

—Significa che il reggimento è già partito; qui non c'è che un battaglione di deposito, per gli arruolamenti, per la contabilità, e per tante altre cose che non sappiamo noi. Siamo volontarii, e non lo conosciamo per altro che per gli arruolamenti.

—Volete accompagnarmi, camerata?—disse Aminta al volontario che gli aveva dati i ragguagli.

—Volentieri; ma badate, ci si dà del tu, tra compagni d'arme.

—E diamoci del tu; non domando di meglio.—

Il volontario parlava italiano con uno spiccato accento veneto. Disse il suo nome; era un Fogazzaro, di Verona, bruno, ben fatto, simpatico a quel Dio, e spesso parlava in versi.