—Ma non è roba mia;—soggiungeva subito;—son versi di Aleardo Aleardi, il nostro gran poeta, che gli Austriaci hanno mandato nella fortezza di Josephstadt.—
Ventisei anni fa (non dimentichiamo la data) l'Aleardi era un gran poeta, e nessuno era ancora saltato fuori ad accusarlo di languori, di svenevolezze, quasi, Dio ci perdoni, di rammollimento, d'infiacchimento della balda gioventù italiana. Aminta Guerri doveva trovare i Canti di quel poeta in molti zaini di combattenti. Ora tutti li hanno in tasca, e non per rileggerli!
L'amico Fogazzaro condusse Aminta per certi traghetti, viottole, discese e salite, fino al colmo di una collina, dov'erano due conventi tramutati in caserme. Entrato in uno di questi, e detta una parola al soldato di guardia, fece salire il borghese al pian di sopra, gli mostrò un uscio su cui era scritto: «Maggiorità» e gli disse:
—Va dentro, e fàtti soldato d'Italia; io ti aspetto nel corridoio.—
Entrato nella camera, e ammesso alla presenza di tre ufficiali, uno dei quali aveva il grado di maggiore. Aminta Guerri disse il suo nome, la patria, e che volesse da loro. Aveva le carte e le mostrò; fu misurato, esaminato, approvato; ebbe un numero di matricola, fu consegnato ad un sergente, perchè lo conducesse con altri al magazzino del vestiario. Un'ora dopo era soldato d'Italia, col suo farsetto di tela e il suo berretto di cotone, in attesa del cappotto grigio e del cheppì, che sarebbe andato a cercare in giornata. Per intanto, se voleva, andasse a prendere la sua razione di pane.
—È buono, sai, il pane di munizione;—gli disse l'amico Fogazzaro.—Lo chiamano di munizione, perchè coi pezzettini di crosta e magari della mollica, si può caricare il fucile e far buon colpo, come con le palle di piombo. Ma non badare; lo digerirai stupendamente anche tu, dopo che saremo andati a San Benigno, a caricare un centinaio di brande, e di là saremo ritornati a Sant'Ignazio. Tutti santi, qui!—soggiunse il Fogazzaro;—e la loro lontananza te li fa invocare cento volte in un giorno. Dico invocare….
—Ho capito, ho capito;—rispose Aminta, ridendo.
Il nostro giovanotto andò quel giorno a San Benigno per le brande, e dormì quella notte nel letto che aveva portato sulle spalle, attraverso le vie della città. La mattina seguente faceva parte della squadra che andava per i viveri, e portò sulle spalle un bel peso di carne sanguinante. In quella gita ebbe il piacere di sentir la parlata domestica, e di conoscere nel suo compagno di fatica un altro modenese. Si chiamava Prampolini, era avvocato, poeta alle sue ore anche lui, innamorato del Leopardi, grande ammiratore di Pietro Giordani.
La compagnia, come vedete, non poteva esser migliore. Andare alla fatica qua e là, stare a lavorar di scopa in quartiere, mangiar la zuppa nella gamella, parlando di letteratura e d'arte, citando i poeti e gli scrittori della patria, in verità, era una festa. E come si rideva! Non sempre, per altro, non sempre; qualche volta alla schietta risata bisognava sostituire l'occhiata, l'ammicco intelligente, che obbligava a sforzi erculei, per tener chiusa la bocca. Ciò avveniva quando si era «in rango» per dare il numero, o per staccare il passo in buon ordine, al cenno di un vecchio sergente, o per sentire la nomenclatura di tutti i pezzi del fucile, con le analoghe spiegazioni, in una lingua che non aveva nè babbo nè mamma. Nei primi esercizi, il comando «al tempo!» che indicava di rimettersi in posizione, per ripetere un movimento sbagliato, era sempre argomento di ilarità rumorose, che facevano scappar la pazienza, ma poi anche le risate al sergente. Alla domenica, prima di escire dal quartiere, dovevano rimettersi «in rango» per sentire la spiegazione del regolamento, fatta dal caporale di settimana. Il caporale, avvezzo al suo dialetto, maltrattava la lingua madre, e allora i volontarii ad osservargli:—«Scusi, signor caporale, non abbiamo capito.»—Ah, non capite? Non capite?—ribatteva il caporale.—Ebbene, se non capite l'italiano, i vadd a spieghevlo 'n piemonteis!»
Era buono, il caporale; una vera pasta di zucchero, ad onta della sua severità apparente. Dopo il comando: «rompete le righe» per cui erano tutti liberi di andare dove loro piacesse, Aminta andava a presentare le sue scuse.