—Ma se lo so!—esclamò il caporale rabbonito.—I seve d'bravi fieui; ma, con tutti i vostri dialetti, non capite l'italiano. Basta, fra poco faremo tutti una sola famiglia, e parleremo piemontese. Non è vero che lo capite, il piemontese?—
Erano belli, quei vecchi soldati piemontesi delle due classi del 1828 e del 1829, richiamati allora sotto le armi. Avevano fatte le campagne del Quarantotto e del Quarantanove; poi, ritornati alle case loro, e non pensando più di dover ripigliare il fucile, erano diventati uomini gravi e pacifici; la più parte si erano anche ammogliati. Ma anch'essi, i Contingenti, come si usava chiamarli, anch'essi sentivano l'onta di Novara, e fieri e contenti erano venuti a raccogliersi sotto le note bandiere, maestri di guerra, narratori di liete e di dolorose gesta, alle classi più giovani. Uno di essi, un Cucchietto, nativo dell'alto Piemonte, aveva fatto parte del triste manipolo cui era toccato di passare per le armi il general Ramorino: un soldato (diceva egli) che era morto bene e che non era un traditore.—«Ma allora,—chiedevano i giovani,—perchè è stato fucilato?»—«Per aver disobbedito, per aver voluto fare di sua testa»—rispondeva il contingente, con quel suo tono assoluto.
Non bisognava far di sua testa: bisognava obbedire; questa era la regola. E si obbediva; e obbedivano tutti, in quel benedetto esercito. Tipi di gentil gravità e di ferrea disciplina, accettata per sè, voluta egualmente negli altri, erano quegli ufficiali che Aminta doveva ben presto conoscere, dal colonnello Berretta fino a Carlo Rivalta, il più giovane fra i sottotenenti del reggimento. Rigido osservatore dei regolamenti, ma buono per il soldato, quell'aiutante maggiore Coppier, con quelle sue gambe lunghe e sottili, per cui era chiamato «il capitano più grande del vero,» e con quel suo gran naso, che stava a cavaliere di una bocca femminea, donde non era mai escita una mala parola. In mezzo a quella gravità i volontari recavano la loro gaiezza; ma non era una gaiezza baldanzosa; era una gaiezza disciplinabile, già mezza disciplinata fin dai primi giorni di quartiere; era l'esuberanza di vita, propria della gioventù intelligente, governata dall'amor patrio, contenuta dalla dignità dell'esempio.
In capo ad otto giorni Aminta Guerri aveva imparato il maneggio del fucile e le prime evoluzioni di compagnia. La mattina del nono giorno, sul piazzale della Cava, sotto la guida del sergente Bernaroli, compieva la sua educazione militare con la scherma di baionetta. Sapete? quella scherma famosa con cui il fantaccino para tutti i colpi del cavaliere e finisce infallibilmente a buttarlo giù dall'arcione. S'intende che nei depositi di cavalleria s'insegnava in pari tempo al cavaliere la scherma di sciabola, per cui gli era dato di disarmare il fantaccino, facendogli saltare la baionetta dalla canna, infallibilmente, in tre colpi.
La mattina del decimo giorno, un grosso drappello di volontarii, così addestrati al mestiere, lasciava il deposito, per andare a raggiungere il reggimento, già in linea sulle rive della Sesia. La strada ferrata da Genova ad Alessandria era tutto un passaggio di soldati d'ogni forma e colore. Egualmente da Alessandria a Novara, poichè, dopo Montebello, Frassineto, Palestro e Vinzaglio, i due eserciti alleati avevano mutata la linea di operazione e l'obbiettivo, spingendosi rapidamente a minacciare il nemico verso il centro politico, e strategico per conseguenza, delle sue fiere difese. Da Novara si andava allora più speditamente su Milano, e l'esercito combattente non si sarebbe potuto raggiungere che sulla via di Magenta. Avanti dunque a Novara, drappelli di tutte le armi, soldati piemontesi e soldati francesi, bersaglieri e cappotti grigi, zuavi, cacciatori di Vincennes e artiglieri della Guardia imperiale. Si stava a disagio, nelle carrozze; si esciva fuori dai finestrini, per aggrapparsi alle prime sporgenze e rampicarsi fino ai sopraccieli, dove si posava finalmente, ammirando la campagna e respirando l'aria libera. Il fumo, anche! Ah! che fumo d'Egitto? Importava poco, il fumo della vaporiera. Del resto, a que' tempi, sulle strade ferrate non si bruciava ancora che carbone. E si andava allegri, salutando le stazioni con grida fraterne, cantando tutte le canzoni patriottiche di quell'anno, e quelle di dieci anni addietro, ma più spesso e più volentieri la Bella Gigogin, una scioccheria smisurata, che esprimeva benissimo la spensieratezza di quel tempo e di una generazione molto sicura del fatto suo. Anche i soldati francesi cantavano la Gigoginne, facendo un grazioso miscuglio di parole italiane, piemontesi, lombarde, con desinenze di Francia.
Da Novara si cominciò a far cammino a piedi. Si entrò a Magenta ancor seminata di brandelli di carne e fumante di sangue: orrendo spettacolo, che pur sollevava gli spiriti! A Milano gran meraviglia per il Duomo, e grande allegrezza per le accoglienze fraterne, più belle a gran pezza del Duomo. E via, il giorno dopo, per correre sulle traccie dei reggimenti, che erano sempre due marcie più in là. Correvano tutti, quei reggimenti benedetti, perchè Garibaldi era volato su Brescia, e bisognava collegarsi con lui. Piemontesi e Francesi, cappotti grigi e calzoni rossi, cheppì e turbanti, penne di cappone ondeggianti all'aria e nappine azzurre battenti sugli omeri, si andava tutti di conserva, spesso nelle fermate confondendosi, sulle piazze barattando gli abiti e le insegne, ballando insieme, senz'altra musica fuor quella che si sprigionava dai cuori.
Andiamo, corriamo anche noi; se no, finiremo Dio sa quando. Gli eserciti alleati erano in linea da Desenzano a Montechiaro. Il giorno 24 di giugno, fu San Martino di Pozzolengo da un lato e Solferino dall'altro; una grande giornata, una battaglia napoleonica per la massa in azione, per lo sforzo maraviglioso, per gli effetti strategici. Aminta Guerri prese quel giorno il suo battesimo di fuoco. Ci capì poco, anzi nulla, come in ogni battesimo avviene al battezzato; non ebbe altra impressione del fatto, e non serbò altro ricordo che quello di un grande intronamento di orecchi.
Gli eserciti alleati non riposavano sugli allori. Inseguito fino al Mincio il nemico fuggente, investirono la piazza di Peschiera. I Piemontesi, mantenendo la prima disposizione dei corpi combattenti, piantarono il campo sulla sinistra, e incominciarono tosto i lavori d'approccio. Aminta aveva fatto il facchino e lo spazzaturaio in caserma; imparò a fare lo zappatore, scavando fossi e rizzando parapetti. Rafforzato il campo, scavate le vie coperte, si incominciò a lavorare di notte, poichè le parallele giungevano troppo sotto gli occhi della piazza assediata, e l'opera, continuata di giorno, poteva essere più facilmente guastata. Ma anche di notte, e come gli era concesso dall'oscurità, vigilava il nemico. Dai bastioni, ad ogni tanto, partivano razzi, illuminando la campagna; poi, sotto l'arco dei razzi, veniva la corda delle cannonate. Era dunque un lavoro utile, da parte degli assedianti, il notturno; ma era anche oscura la morte, quando toccava.
Nella sera del 30 giugno il battaglione di Aminta fu comandato di avamposto; noioso servizio, poichè la notte avanti gli era toccato il faticoso, cioè quello di lavorare nelle trinciere. Ma pazienza; quando si è in mare si naviga, e quando si è in terra si va. Il battaglione, messo in ordine di marcia due ore dopo il rancio, partì dalla cascina Fedalora, intorno a cui era formato il campo, e si avviò per la nota strada che metteva ai lavori d'approccio; poi, ad un certo punto, piegò a sinistra, nella direzione del lago, per non dar nell'occhio al nemico, che vigilava sui bastioni. Sull'imbrunire, ripiegando nuovamente a destra, giungeva ad un casolare, dove si stabilì la gran guardia, e di là si spiccarono due compagnie, per procedere ancora verso i forti. Una di esse rimase ad un certo punto in sostegno; l'altra, che era quella di Aminta, proseguì la sua strada, lasciando ancora qualche manipolo d'uomini lungo le prode dei campi, per collegare le sentinelle avanzate ai sostegni. La notte era sopraggiunta, e le due ultime squadre della compagnia, guidate da un tenente, s'inoltravano ancora pei campi, seguendo certi sentieri fiancheggiati da piccole siepi d'acacia. Il tenente collocò due posti di quattro uomini, poi un terzo, poi un quarto, e finalmente le sentinelle avanzate. Aminta ci capiva poco, e ci vedeva anche meno, per il gran buio che regnava in que' luoghi, interrotto solamente a quando a quando dai razzi, a cui tenevano dietro le cannonate del nemico. Altro non vide e non intese che questo: dietro una svolta del sentiero era stato collocato con tre uomini il caporal Piras, suo superiore immediato; di là dalla svolta, dieci quindici passi più oltre, era collocato lui in sentinella.
—Tu rimarrai qui;—gli disse infatti il tenente, dopo averlo condotto sul posto, di contro ad un muro a secco, che sosteneva un campo e lo divideva dal sentiero.