—Vedete di che si tratta;—ripigliò il tenente.—Bisogna accostare le spalle al muro. Gli occhi di là, mi raccomando; e non colpi inutili, che guasterebbero il sonno alla gente.—
Ciò detto, il bravo tenente se ne andò; fatti quindici passi, era alla svolta del sentiero.
Aminta era rimasto solo, sentinella avanzata, sentinella morta, cioè l'ultima del campo, in luogo pericoloso, la più vicina al nemico. Questo pensiero sosteneva il suo spirito, abbattuto dai terrori della notte. La battaglia di giorno è gloriosa; si procede alla luce del sole, che intorno a voi tinge d'oro ogni cosa e vi dà l'illusione dell'andare a guisa d'un dio antico, entro una nuvola luminosa, mentre i fumi della polvere vi esaltano, come i fumi di un vino generoso. Ma la vigilia di nottetempo, soli, come abbandonati da tutti, con un nemico vicino e invisibile, tra insidie che si tendono nell'ombra, agguati che si preparano, a cento, a cinquanta, a venti passi da voi, è la cosa più triste che si possa immaginare. Aminta doveva star là con l'orecchio teso; non poteva sparare senza una cagione ben certa. Di questo egli si era già persuaso nelle notti antecedenti, passate sotto la tenda, quando una schioppettata rompeva il silenzio della campagna, e subito altre schioppettate rispondevano a quella, e in due minuti s'impegnava un fuoco d'inferno su tutta la linea degli avamposti. Allora, su, tutti! Bisognava correre ai fasci d'armi, e, se il fuoco continuava, disfare anche le tende, mettersi in ordinanza, con lo zaino in ispalla, pronti a marciare. Non era stato che un falso allarme; il fuoco cessava. Allora si rifacevano i fasci d'armi e si deponeva lo zaino; ma intanto, poichè l'alba era vicina, non si rifacevano le tende, e si battevano i denti, aspettando che battessero la diana i tamburi.
Dunque, non colpi inutili. Ma se fosse stato sorpreso, senza poter dare l'allarme con una schioppettata! Aminta si tenne a buon conto col fucile alto, con l'indice al grilletto e il pollice al cane. E stava là, ritto impalato, vedendo i razzi che descrivevano la parabola davanti a lui, e sentendo le cannonate. I colpi erano regolari; ogni cinque minuti ne veniva uno. Quando il razzo fischiava, illuminando un tratto di paese, egli diceva tra sè:—Ecco, è qua che arriva; questa è la buona!—
Ancora tre cannonate infilarono la viottola dov'egli stava in sentinella. Così almeno gli parve, poichè, sentendo il colpo, vide anche passare l'ondata dell'aria rossastra, e molto bassa, come la prima volta, quando c'era il tenente. Quel fuoco assiduo, ragionandoci su, non gli dispiacque. Fino a tanto che erano cannonate, non doveva esserci pericolo di ricognizioni. Il nemico sicuramente non avrebbe tirato addosso ai suoi esploratori.
Pure, ad ogni tratto, si sentivano rumori, da quella parte che egli doveva guardare. Quante volte non fu per gridare il suo «chi va là?» Ma capì che erano lepri, ramarri, come diceva il tenente, o martore, od altri animali predatori dei campi.
Rimase molte ore in quel posto. L'esercito faceva un servizio stupendo; metà degli uomini lavoravano nelle parallele; i battaglioni d'avamposto, costretti a custodire un gran raggio di terreno, non potevano cambiare di quattro in quattr'ore le guardie. Del resto, vigilare in un luogo, vigilare in un altro, era tutt'uno, e la conseguenza era questa, che non si dormiva in nessuno. Aminta non aveva che una noia di più: quella di tenere il fucile alto, e l'indice al grilletto e il pollice al cane. Un vecchio soldato non avrebbe fatta quella inutile fatica; ma il nostro Aminta aveva promesso di supplire con la buona volontà al difetto d'esperienza, e voleva esser pronto ad ogni occasione, senza perdere un minuto secondo.
Finalmente le cannonate cessarono. Era il caso di stare più attenti di prima. Che rabbia! Proprio allora incominciavano a cascargli le braccia. Provò a rimanere col fucile abbassato, ma in linea orizzontale, tenendolo con ambe le mani nei punti buoni. Quello era il suo modo di riposare le braccia.
Era forse da un'ora in attesa, quando gli parve di sentire un frussi frussi davanti a sè. Un altro ramarro? o una lepre? No, era stato un rumore più forte; ma era anche cessato. Forse un manipolo di nemici, che voleva andare guardingo, e perciò, fatto un po' di strepito per inavvertenza d'un soldato, si fermava tosto, per distrar l'attenzione delle sentinelle morte? Ah, se queste era, il nemico fallava i suoi conti, perchè l'attenzione di Aminta era più tesa che mai. Ancora uno strepito, il suono di cosa che strisci violentemente tra le foglie; certamente un uomo che s'avanza in un campo di grano turco; poi più nulla: poi da capo un rumor sordo, ma cadenzato, uniforme. Aminta è cacciatore e non ricorda più che gli usi del cacciatore; si abbassa, mette l'orecchio a terra ed ascolta. Non c'è più dubbio; son passi d'uomini; e di là, donde vengono, son passi di nemici.
Sorse in piedi, rimise il fucile al petto e aspettò ancora due minuti. Il rumore dei passi cresceva; oramai si sentiva allo sbocco del sentiero.