—Ha ragione, tenente! Vedrò di calmarmi, non penserò a nulla.

—Bravo, così va fatto. Neanche a tutte queste belle signore che passano, mi raccomando. Ah, bene! La vedo sorridere, mio caro Guerri. Abbiamo già dunque il cuore impegnato con una di queste angiolesse custodi? Lo dicevo ben io, che questa febbrona non veniva dal braccio!

—S'inganna, tenente; ho il cuore altrove. E poi, nel mio stato…. Le pare? Mi dica ora, di grazia;—soggiunse tosto il ferito, vedendo il dottore già sulle mosse per continuare le sue visite;—come sta il 140?

—Benissimo!—esclamò il dottore, inarcando le ciglia.—Conosce già i numeri di tutta la corsìa!

—Si tratta di un mio concittadino, del conte Malatesti;—rispose
Aminta.—Mi hanno detto che è qui, al numero 140.—

Il dottore rimase un istante perplesso, guardando di sotto alle sue lenti il curioso. In quell'istante la sua risoluzione era fatta.

—Il 140 va molto meglio,—rispose.

—Con una palla nel polmone!—disse Aminta.

Qui, altra guardata attraverso le lenti. Ma con tutta la sua penetrazione, il bravo dottore non poteva mica indovinare che il ferito giuocasse di scherma con lui e gli facesse una finta così audace, per obbligarlo ad una certa parata.

—Ebbene,—diss'egli allora,—che cosa c'è di strano? Con un polmone forato si può vivere… quando non si muore subito: il che, mi concederà, guasta anticipatamente tutta la cura del medico. Il conte Malatesti è stato ferito il 24 giugno; siamo al 5 di luglio; son passati dunque undici giorni, ed egli è ancor vivo. Sarebbe già, da solo, un bel fondamento di speranza; ma non è solo, perchè un certo miglioramento si è già manifestato nelle sue condizioni generali.