—Ma proprio non gliel'ho detto io;—ribattè l'infermiere.—Se non sono le signore….

—Ah, donnine belle!—esclamò il dottore, tentennando la testa.

—Sicuro, donnine belle!—ripetè l'infermiere.—Non ce ne dovrebbero essere, negli ospedali, a confonder la testa.

—Bravo! La confondono a Lei?

—No, dico ai feriti.

—Eh! per questo, vada là! Un po' d'aria di famiglia fa bene. Vestono con eleganza; mettono in mostra qualche colorino allegro, che fa un po' di contrasto, che rompe questa monotonia nosocomiale. Veda anche il nome, quanto è brutto! Nosocomio! E siamo poco belli noi altri, con le nostre divise; e son brutti lor signori, con quelle cappe nere, che li fanno rassomigliare a tanti confratelli della buona morte. Lasci che le signore vengano, che le signore risplendano, che le signore sorridano; è tanto di guadagnato per la salute. Dico soltanto che bisogna guardarsi dal notiziario. Veda, per esempio; ieri il 151, non aveva più febbre; oggi gli è ritornata. La cosa mi rincresce tanto più, che oggi può capitare suo padre.

—Potrò dunque lasciarlo passare?

—Certamente. La vista della famiglia non fa mai male. È una febbre diversa, una febbre benefica, quella che dà la vista della famiglia ai feriti.—

L'infermiere s'inchinò, e il dottore, escito dal camerino, scese per la scala di servizio, che era lì accanto, riuscendo, come quello stanzino di guardia, a metà del camerone, o piuttosto del gran corridoio, dov'erano in fila i letti degli ammalati.

Da quella scala, poche ore dopo, il bravo infermiere vide affacciarsi una piccola comitiva, che domandava di vedere il volontario Guerri. L'accompagnava un soldato di guardia (un piantone, per usar la parola propria) che portava il permesso del dottore.