E mentre seguiva il prete, soggiungeva contrito:

—L'ho fatta bella anch'io; anzi l'ho fatta peggio. Perchè io, finalmente, ero avvisato! Ma chi diavolo ha da pensare che queste notizie debbano far tanto male anche alle persone sane? Oramai c'è da temere perfino di metter loro tra le mani un giornale. A proposito, non ho neanche potuto leggere il mio!—

Un altro infermiere appariva nel corridoio.

—Ah, bravo!—gli disse.—Sei venuto a rilevarmi? Avevo proprio bisogno di andare a prendere una boccata d'aria. Guarda; ci son qui alcuni signori. Quel vecchio, e le due signore, sono parenti del 151; il prete, laggiù, è un parente o un amico del 140.

—Viene a tempo, il prete, per il 140!—disse quell'altro.

—Eh, pare di sì. Povero giovane!—

Mentre i due infermieri facevano questi discorsi Don Pietro Toschi era giunto al capezzale di Gino Malatesti. Il ferito era immobile nel suo letto, pallido, cereo nel volto, non più vivo che nello sguardo. Ma come aperto, quell'occhio! come lucente! Pareva che il poveretto, sentendo prossima la fine, volesse bere per lo sguardo tutta la luce del giorno che fuggiva.

Gino vide Don Pietro e lo guardò fissamente; poi mosse le labbra, accennando di voler parlare. Don Pietro gli fe' cenno di non affaticarsi; e intanto si curvò lui, si curvò tanto, che il suo orecchio venne a toccar quasi le labbra di Gino.—Grazie!—mormorò a quell'orecchio il ferito.

—Mio caro signor Gino!—disse il vecchio prete, rattenendo a stento le lagrime.—Mio valoroso amico! Vi porto i saluti di Aminta. Soldato della patria anche lui, rimasto ferito, sotto Peschiera, e trasportato da pochi giorni a Sant'Eufemia. Se egli potesse muoversi, come verrebbe volentieri ad abbracciarvi!—

Un lampo di allegrezza balenò dagli occhi di Gino Malatesti. E lo sguardo, fisso negli occhi di Don Pietro, e il moto delle labbra, sembravano dire al visitatore:—«Continuate! continuate!»