—E poi staremo qualche ora tranquilli, non è vero!—disse il medico, chinandosi su lui e parlandogli quasi all'orecchio.—Sarei contento se dopo la visita dei vostri amici, poteste dormire un pochino.—

Don Pietro frattanto leggeva la lettera, che, col permesso di Gino, leggeremo anche noi. Il conte Jacopo scriveva in questa forma a suo figlio:

«Mio caro Gino,

«Ero già molto dolente di non ricever tue nuove da Torino, quando la tua lettera è venuta a dichiararmi la risoluzione che hai presa. Mi chiedi perdono. E di che, figliuol mio? A te piuttosto dovrei chiederlo io, che non ho lavorato a farti felice, e che, scambio di accompagnarti in Piemonte, ho preferito di seguire il mio signore in Austria. Ma io, caro Gino, son della vecchia generazione, e mi sarebbe parso di non meritare la stima di nessuno, neanche la tua, se avessi fatto un voltafaccia all'ultim'ora, e sopra tutto senza ombra di pericolo. Aggiungi che, fedele alla buona, dovevo esserlo anche alla cattiva ventura. A voi giovani, a voi liberi, le vie del futuro. Ti mando la mia benedizione e l'augurio che tutti i tuoi voti si adempiano.

«Tuo padre, che ti bacia,

«JACOPO MALATESTI.»

—Buon padre!—mormorò Don Pietro, commosso.

E rese la lettera al dottore, che fece l'atto di voltarsi da fianco, per rimetterla al suo posto.

—No, no!—disse Gino, con quel suo filo di voce. Il dottore comprese il gesto delle labbra, più che non udisse la parola.

—Avete detto di no?—chiese egli, curvando la testa più presso al ferito.