—Povero conte Malatesti!—gli disse.—Se sapeste come ha pianto, quando gli ho letta la lettera di suo padre! Allora non era così debole, così rifinito come ora; ed anche il dolore aveva un'espressione più forte dalla medesima saldezza della fibra.
—Ah sì, povero conte Malatesti!—ripetè il vecchio prete.—Forse meno infelice oggi, nel punto di lasciare la vita, che non lo fosse prima di ricevere quella palla in petto! Egli ha sofferto molto, nella vita, portando i rimorsi di una colpa non sua, ma del conte suo padre.
—Appunto!—disse il dottore.—C'è una frase, nella lettera….
—Ah!—esclamò Don Pietro.—L'ha osservata anche Lei? È quella in cui il conte Jacopo esprime il suo dispiacere di aver fatto contro ai desiderii del figlio. Ed è per quella frase che il conte Gino desidera che la lettera sia veduta da altri. Le dico un segreto non mio, signor dottore; ma tra noi, in questo momento, è cosa necessaria. Possiamo parlare qualche minuto in disparte?
—Sì, venga qua;—rispose il dottore.—C'è il camerino dell'infermiere.—
L'infermiere in quel mentre stava accanto al letto di Gino Malatesti, dandogli a bere un sorso di brodo: unico suo nutrimento, oramai. Poco stante, il ferito chiuse gli occhi e si assopì. La fibra, eccitata un istante dall'arrivo dell'amico e da tutti i ricordi delle Vaie, si rilassava da capo. Ma il suo sonno, come al solito, doveva esser breve.
Anche al sonno riparatore è necessario, negli infermi, un buon resto di forze; perciò è naturale che non dia lunghi sopori una vita che sfugge. Così nella mente di Gino Malatesti erano anche poche idee, come è poca cerchia di luce intorno ad una fiammella che sta per ispegnersi. Egli sentiva gratitudine per il dottore, per quell'amico degli ultimi giorni, che oramai non esciva neanche più da Santa Eufemia, per esser pronto ad ogni chiamata. Pensava anche a suo padre, già tanto severo e crudele con lui, ma nobilitato, purificato da un pentimento sincero. Poi, si raccoglieva a contemplare un'immagine di donna, una immagine dolorosa e cara, che si offriva a lui sempre nella sua ultima forma, quando gli era apparsa un istante nel teatro di Modena. Che istante era stato quello, per il povero Gino! Ferito da un'aspra parola della contessa Elena, si era alzato dal suo posto. Anch'essa, la povera Fiordispina, si era ritirata dal suo. Nè più l'aveva veduta; ma da quel punto, e in quella forma, in quell'atto, gli era rimasta impressa negli occhi. Così come aveva cercato di stordirsi dapprima, quando suo padre lo aveva costretto alle nozze con la Baldovini, così aveva egli cercato di stordirsi, dopo quell'incontro, battendosi col barone De Wincsel. Non n'era venuto a capo, per la intromissione audace della marchesa Polissena; ad altro ancora aveva dovuto pensare, perchè fosse stornata dal capo dei Guerri una nuova tempesta. Ma dopo d'allora la sua vita era stata un tormento quotidiano dello spirito, reso anche più doloroso dalla necessità di portar la sua maschera d'uomo tranquillo e felice. Per fortuna erano sopraggiunte le cure politiche, turbando in vario senso gli animi della sua classe. La marchesa Polissena si era sempre occupata poco di politica; ma quella volta bisognava pensarci, poichè si trattava di un grosso temporale, e il suo primo pensiero fu di dispetto contro gli uomini potenti, che mettevano l'Italia, o, per dire più esattamente, la sua piccola corte a soqquadro. La contessa Elena, si capisce, seguitava le idee di sua madre, come ne imitava gli esempi.
Anche il conte Jacopo vedeva addensarsi la burrasca, e se ne addolorava profondamente. Egli, che da tanti anni era stato messo fuori delle grazie del Duca, riprese proprio allora a mostrarsi in Corte, mentre tanti altri fedeloni, favoriti del giorno innanzi, diradavano le visite, preparandosi a prendere di largo: mentre lo stesso marchese Paolo, spiando l'occasione di lasciare l'ufficio, si teneva quasi sull'ali, disposto ad allontanarsi anche lui.
—Jacopo,—gli disse il marchese Paolo, un giorno che le notizie di Parigi e di Torino erano venute più tristi che mai per la causa dei tirannelli d'Italia,—voi siete un uomo raro.
—Perchè dite questo, mio buon Paolo?