—Perchè voi serbate fede alla sventura.

—Non ho fatto così, anche nel Quarantotto? E vi è parso allora un difetto?

—Nè allora, nè oggi;—rispose il marchese Paolo;—quantunque oggi, a giudicarne da certi indizi, mi sembri che se si va….

—Non si torna più, volete dire? Ebbene, non si torni;—replicò il conte Jacopo.—I vecchi Malatesti si contenteranno di finire con me. Non sono mai stati furbi, lo sapete; sarebbero assai più di quel che sono, se si fossero voltati, come i girasoli, ad ogni sole nascente. Ma poi…. che importa ciò?—soggiunse egli, stringendosi nelle spalle.—Guardate i girasoli. Non muoiono anch'essi? Si muore tutti, amico Paolo, e non c'è altro conforto, per l'uomo di carattere, che di esser vissuto disprezzando chi andava disprezzato, e di lasciare, dopo morto, un nome non disprezzabile.

—Onore ai vecchi Malatesti!—esclamò il marchese Paolo.—E fortuna ai nuovi!

—Parlate di mio figlio?—rispose il conte Jacopo.—Egli è andato dove lo chiamavano le sue idee giovanili, che io non ho ispirate, vivaddio, nè educate. Qualunque cosa egli faccia, e per quanto io mi dolga di saperlo su quella strada, mi è caro di pensare che egli non ha aspettato il nuovo sole, per fargli festa. Noi vecchi restiamo al nostro posto. La via è senza uscita, ci dicono? Ebbene, poichè ci si è entrati, e per nostra elezione, c'è anche onore a non ritornare più indietro.—

Questi discorsi trattenevano un poco il marchese Paolo. Ma egli non seguì il Duca, quando questi dovette partirsene, e non si ritirò da Modena che quando fu proclamato il governo provvisorio. Ai pochissimi che andarono a visitarlo in quel giorno, che doveva essere così triste per lui, disse chiaro e tondo che egli «lo aveva preveduto»; che non si erano voluti seguire i suoi consigli, rispettosi, ma fermi e frequenti; che infine egli era nato italiano e non si sentiva straniero in casa sua; solamente per non dar noia con la sua presenza a nessuno, sarebbe andato il giorno dopo in campagna. Infatti, se ne andò in una sua villa, presso Reggio, tranquillo, rassegnato agli eventi, col desiderio di essere dimenticato per allora, non senza una lontana speranza di essere ricordato in tempi più calmi.

Il conte Malatesti, niente furbo, e contento di non esserlo, aveva seguitato il suo signore sul territorio austriaco. Egli credeva di essere italiano, mantenendo le sue convinzioni, perseverando anche in un errore, per non dare il brutto esempio di un cambiamento consigliato dall'utile personale. E poi, e poi, era della vecchia generazione, il conte Jacopo. Ben poteva scrivere da Vienna al suo Gino, sapendolo arruolato nel 13° Reggimento dell'esercito piemontese: «A voi giovani, il futuro.»

Ahi, quale futuro, povero Gino! Fu molto, fu ogni cosa per lui, che la immagine soave di Fiordispina Guerri consolasse il suo breve sonno: che quella immagine, così amorevolmente pietosa come gli era apparsa nel sogno, gli apparisse ancora al suo ridestarsi.

Era là, daccanto al suo letto, la fanciulla dei Guerri; era là, viva e palpitante per lui. Spalancò gli occhi, il poveretto, la guardò attonito, la guardò lungamente, quasi non potesse credere a tanta fortuna; da ultimo aperse le labbra, mormorando il suo nome.