—Tacete, ve ne prego!—diss'ella sommessamente, chinando il bel viso su lui.—Tacete, Gino; non vi affaticate, e confidiamo in Dio!—
La vista di Fiordispina Guerri parve dar nuove forze a quel povero morente. Viveva di quella contemplazione muta. Riconoscente di quel perdono e di quella cura amorosa, Gino Malatesti ebbe ancora la virtù di sorridere alla sua consolatrice. Ma oramai non gli restava che un soffio di vita. Quella medesima notte, vegliando essa al suo capezzale, il ferito mandò un gemito, e a lei, che si era prontamente accostata a guardarlo, mormorò:
—Mi sento morire.
—Gino! che pensieri son questi?
—No, mi sento morire;—ripetè egli, con voce soffocata dal rantolo dell'agonia.—Raccogliete la mia anima…. ve ne prego!—
Si era chinata su lui, la povera fanciulla, per rialzargli la testa, leggermente, come un'altra volta aveva fatto, dandogli un po' di sollievo. Ma la testa di lui ricadde inerte sull'origliere, e un soffio rapido sulle labbra di Fiordispina, e un fiotto di sangue apparso sulle labbra di Gino Malatesti, dissero chiaramente alla fanciulla dei Guerri, che tutto era finito.
Capitolo XX.
Vent'anni dopo.
Sette anni fa, il mio amore per le vecchie castella, per i monti e i laghi dell'Appennino, mi condusse a Reggio, donde risalii a Canossa, alle Carpinete, a Bismantua, e di là, sempre per vie di montagna, a Fiumalbo, per salire la vetta del Cimone.
Eravamo in parecchi, amici provati, ed anche avvezzi a fare insieme quelle escursioni estive. Uno di essi, l'ingegnere, conosceva benissimo i luoghi, e ci aveva anche assicurato che presso Fiumalbo, da certi suoi conoscenti, avremmo trovato alloggio e cavalli, per far l'ascensione con ogni comodità.