Non fu vana promessa. Poco sopra Fiumalbo avemmo i cavalli, e al nostro ritorno (poichè allora non volevamo fermarci) avremmo anche avuto l'ospizio. Il padrone di casa, un bell'uomo, ancora giovane, dall'aspetto severo, ma dai modi singolarmente cortesi, si mostrò dolentissimo di non poterci accompagnare, per sue ragioni di famiglia, che lo chiamavano quel giorno in paese. Ringraziammo, accettando le guide che egli aveva messe a nostra disposizione, e ci avviammo su per un bosco di cerri, al dorso sassoso del Cimone.

—L'amico non può;—mi disse l'ingegnere, quando fummo al largo ed egli potè mettere il suo cavallo al pari col mio;—ma se anche potesse, verrebbe difficilmente con noi. Le alture non lo tentano più.

—Niente di strano;—risposi.—Ho già avute occasione di osservare il fenomeno. Son tutti così, questi abitatori della campagna: hanno i meravigliosi spettacoli della natura a uscio e bottega, e non c'è caso che si vogliano scomodare un'oretta per andarli a contemplare. Così avviene che i cittadini della pianura si facciano alpinisti e conoscano a palmo a palmo i gioghi e le vette, mentre i signori montanari non fanno cento passi lontano da casa.—

L'ingegnere mi lasciò fare tutte le variazioni possibili sul tema, pensando forse alla beatitudine di certa gente, a cui basta una parola, per mettere in moto il cervello e svolgete un'intiera teorica, senza curarsi più affatto del punto di partenza. Io ero felice di chiacchierare a distesa, e non badai lì per lì al silenzio dell'amico. Credo anzi di averlo interpetrato allora come un atto di assentimento alla bontà delle mie osservazioni. Vedete dove si ficca la vanità, e fin dove ci seguita!

Giungemmo col sole alto alla vetta del monte, e dopo una breve fermata scendemmo a visitare i laghi. Quello della Ninfa mi piacque moltissimo, forse perchè aveva una leggenda, che il capo della scorta ci raccontò. Vedevamo laggiù, dall'altra parte dell'acqua, lo scoglio dorato che raffigurava imperfettamente il profilo di una donna supina, e volentieri saremmo andati anche noi ad ossequiare la Ninfa; ma come? Da una parte il sasso era tagliato a piombo; dall'altra era tutto un prunaio; quanto al passare dal mezzo, ci sarebbe voluta una fede più forte della nostra.

—Peccato che non ci sia una barca!—esclamai.

—C'è stata;—mi rispose l'ingegnere;—ma non c'è durata molto.

—Lo credo bene, che non ci poteva durare!—entrò a dire il capo della scorta.—C'ero io, quando s'è lanciata in acqua, e l'ho detto subito, che la Fata non ne sarebbe stata contenta. La primavera dopo, quando ci ritornai, non c'era più barca. Eppure, vedano, era stata tirata a riva e legata con una fune a quel tronco d'albero là, che allora non aveva due palmi di giro.

—Sfido io!—mi disse l'ingegnere all'orecchio.—C'è stata una piena, nell'inverno; un bel carico di neve e di ghiaccio ha fatto affondare la barca, il peso ha strappata la fune, e addio roba! S'è affondata di sicuro, senza bisogno che la Ninfa la vedesse di mal occhio.—

Benedetti ingegneri! Son come i medici, loro, ed hanno una ragione per ogni cosa. A me, lo confesso, piaceva assai più lo sdegno della Ninfa. E notate che non sono poeta; lo sono così poco, che poco lungi di là, vedendo un faggio che portava sul tronco i segni di parecchie incisioni fatte con una punta di coltello, incisioni già antiche, con caratteri oramai illeggibili, feci un'osservazione come questa: