Volevo la storia e l'ebbi, per allora in compendio, ma dal principio alla fine. Il gentiluomo mandato per punizione a vivere in que' luoghi salvatici; l'ospitalità di una famiglia montanara; gli amori, le corse al Cimone, la gita al lago della Ninfa, la barca lanciata in acqua, i nomi dei due amanti incisi sui tronchi dei faggi; il richiamo del gentiluomo a Modena; i pianti, le promesse, i giuramenti, l'oblio, le nozze con un'altra donna, le angosce, i pentimenti, le giustificazioni e la morte; tutto, insomma, e senza che un nome fosse pure proferito.

—Ora vi ho contentato;—mi disse l'ingegnere.—Ma voi mi prometterete di non ricordarvi più del racconto che vi ho fatto, fino a doman l'altro, quando saremo ritornati a Modena.

—Perchè?

—Il perchè lo so io; promettete! Ed anche di non accennare stasera, in presenza dei nostri ospiti, alle particolarità della nostra visita al lago.

—Non sanno forse che ci andavamo?—risposi.

—Lo sanno; ma voi mi farete cosa gradita a non parlarne, e a tagliar corto se ve ne domandano essi. Promettete?

—Figuratevi, caro amico! Se non è che questo!… Faremo delle chiacchiere vane; parleremo magari di politica…. che Iddio ce ne scampi, per altro!—

Erano forse le otto di sera, quando si giunse alla casa degli ospiti: una casa vastissima, o, per dire più veramente, un ceppo di case alte e basse, la cui contiguità chiaramente indicava il bisogno d'ingrandimenti successivi, lasciando anche argomentare che si fosse molto pensato alle comodità interne, senza badare affatto a contentar l'occhio del viandante con una armonica disposizione di linee esteriori. Smontati da cavallo innanzi al portone, trovammo sulla soglia il signore che quella mattina ci aveva augurato il buon viaggio. Egli ci pregò di salire in casa sua, con molta semplicità di discorso, senza nessuna di quelle dichiarazioni d'indegnità, di casa non adatta, di accoglienza alla buona, che sono il consueto accompagnamento degl'inviti di montagna.

Noi piuttosto avremmo voluto scusarci. Eravamo cinque ospiti, tutti vestiti alla carlona, stazzonati, gualciti, stinti e inzaccherati da due settimane di vita zingaresca. Ma a che far complimenti, tra uomini? Il nostro aspetto, poi, non era niente peggiore di quello che presentava la casa.

Per altro, come fummo entrati nella gran sala del primo piano, ci colpì l'aria di signorile abbondanza che regnava colà. Era nel mezzo una gran tavola, sontuosamente imbandita, con due grandi doppieri sui capi, le cui fiamme si riflettevano lungo le pareti, sui cristalli di quattro scansìe piene di libri riccamente rilegati, e sulla cassa impiallacciata di un pianoforte a coda. In verità, ci trovammo male, là dentro, coi nostri abiti gualciti e le nostre scarpe inzaccherate. Ma infine, i nostri ospiti sapevano bene donde venivamo, e non ignoravano certamente che scorrevamo i monti senza impicci di valigie e di sacche da viaggio.