Questo pensiero ci calmò un pochettino, mentre rispondevamo con inchini e frasi scucite alle oneste accoglienze del padrone di casa, bel vecchio ottuagenario, ancora molto robusto, e triste e cortese come suo figlio, che ci aveva salutati sull'uscio di strada.

L'ingegnere conosceva quel vecchio, e si prese egli la briga di presentare ad uno ad uno i suoi quattro compagni di gita, che capitavano là ad incomodare i padroni di casa.

—Per incomodare, son pochi;—rispose il vecchio.—Desideriamo che si trovino bene, e ce lo provino, facendo una lunga fermata.—

Tutto ciò era detto con molto garbo, ma anche con molta gravità. Il vecchio parlava con noi, ma aveva l'aria di pensare a tutt'altro.

Dietro a lui apparvero allora due donne: vecchia la prima, e non più giovane la seconda. Strano contrasto! La vecchia aveva i capegli quasi neri; la più giovane li aveva bianchi del tutto, e non li nascondeva. Due ciocche d'argento sbucavano dal fazzoletto di seta, che ella portava addoppiato, secondo il costume montanino, intorno alle tempie.

Vedute le signore, dovemmo pure scusarci dei nostri poveri arnesi. Ma il vecchio non ci lasciò continuare.

—Per carità, non facciamo complimenti;—diss'egli.—La casa non c'è avvezza; e noi meno della casa.—Capii che non occorreva insistere, e condussi il discorso sui libri, domandando il permesso di avvicinarmi alle scansie che avevo vedute da principio. C'erano molti libri moderni, sugli scaffali, e fui lieto di poter proferire, leggendo, parecchi nomi d'amici.

La signora più giovane, che era la figliuola del padrone di casa, mi aveva accompagnato in quella piccola ispezione. Le domandai se leggesse molto.

—No, non più tanto;—mi disse.—Il tempo manca.

—Come?—esclamai.—Anche qui, signorina?