—Orbene,—riprese Gino,—per la sincerità…. Ella non ignora che sono stato accolto dal signor Francesco come un figliuolo della famiglia. Fratello con Aminta, lo sono del pari con Lei. Per la sincerità, dunque, mia sorella Fiordispina dovrebbe dirmi una cosa.
—Anche due.
—Non sarò tanto indiscreto. Le domanderò solamente come passa la sua vita alle Vaie.
—Ma…. Come vuole che la passi? Come la passerei dovunque: cioè molte ore del giorno in casa, a cucire, a curar le faccende di casa, a leggere, a suonare il mio pianoforte, e poi, mattina e sera, un pochettino a passeggio.
—Ah sì!—disse Gino. Il passeggio…. Che passeggio può essere il suo, alle Vaie?
—È bello anche qui, e piacevolissimo;—rispose la fanciulla.—Ci sono, sparse in questi dintorni, tutte le bellezze naturali che nelle città si ottengono a forza di imitazioni e d'artifizi. Stamane, andando a Querciola, non l'ha veduta, la cascata del Chiuso? Dicono che somigli tanto all'orrido di Varenna, sul lago di Como. E la salita del Poggio? Dev'essere una specie di Montagnola, col suo bel colmo all'aperto, meno la vista di Bologna nel basso.
—E meno la gente a passeggio per i suoi larghi viali;—osservò il conte Gino.
—Che importa?—replicò la fanciulla.—Si è più soli, qui, ma si è per compenso più liberi. Cerca la compagnia della gente chi ha ragione o desiderio di farsi vedere.
—Per il desiderio, passi; ma la ragione, nel caso suo, ci sarebbe davvero. Ma lasciamo stare questi discorsi, che avrebbero l'aria di preparare un complimento….
—Non hanno più l'aria;—interruppe Fiordispina, ridendo.—Il complimento è già fatto.