Il conte Gino era aspettato con ansiosa cura alle Vaie. Le signore lo accolsero con un sorriso amabilissimo, che fioriva allora allora sul terrazzino, come in risposta alla serenità di buon augurio, diffusa sul volto del cavaliere. Gli uomini erano discesi sull'uscio di strada, per tenergli le staffe, e lo abbracciarono, come se tornasse da un lungo viaggio.
—Ebbene?—domandò Aminta,—Chi erano?
—Commissarii, applicati, gente della polizia ducale;—disse Gino;—venuti a farmi una visita, quantunque io non abbia avuto mai il piacere di conoscerli.
—Volevano assicurarsi…—disse il signor Francesco.
—Già;—rispose Gino;—assicurarsi che veramente io fossi al mio luogo di pena. Ed ho sudato, sa? ho sudato, a nasconder loro che questo è un luogo di delizie. Avevano osservati i miei mobili, troppo eleganti per quella povera casa. Mi perdonerete, amici miei; ho detto una grossa bugia, accennando così di passata che quei mobili li avevo presi a nolo. Dove, poi, non me lo han chiesto, ed io non ho avuta occasione di dire una nuova bugia, facendoli venire da Paullo, o da un altro luogo più lontano.
—Sì, questa sarebbe stata una bugia;—disse il signor Francesco;—ma l'altra non lo è. Non ci paga forse il nolo con le sue visite?—
Non c'era da far altro che inchinarsi; e Gino s'inchinò.
—Noi, del resto, siamo stati qui un paio d'ore in agguato;—disse Aminta a sua volta.—Avevamo visti quei due signori andare in su, e abbiamo voluto aspettare per vederli al ritorno, ma con le finestre chiuse, e guardando di sotto le tendine. In due erano venuti, in due se ne ritornavano, e questo ci ha consolati. Temevamo già che ti portassero via.
—Oh, non c'è questo pericolo;—gridò Gino, ridendo.—Mi han lasciato capire che la correzione sarà lunga. E non potrà essere altrimenti,—soggiunse il giovinotto,—se vorrà essere efficace.—
Quella sera, come già immaginate, il conte Gino rimase a cena dai Guerri, e poichè non era sera di luna, non gli fu permesso di ritornare a Querciola.