—Così resto io a confine?—diss'egli.—E mentre gli agenti del tiranno, venuti ad assicurarsi de visu, non sono ancora a Paullo? Per fortuna, sono lontani quanto basta, per non sentir più la voce del pianoforte.

—Hai capito, Fiordispina?—disse la signora Angelica.—Ti si domanda di suonare.—

Fiordispina era di buonissimo umore. Corse alla tastiera e attaccò l'andante maestoso del bellissimo inno di Goffredo Mameli.

—Ecco qua!—rispose la fanciulla.—Se hanno orecchi per sentire, sentano questo!

—Che cosa si ardisce suonare?—gridò una voce dall'anticamera.—L'inno della rivolta? È un orrore, e meriterà tutti i rigori della legge.—

Era la voce di Don Pietro Toschi. Il vecchio prevosto delle Vaie giungeva sempre a quell'ora, e nessuno si lasciò cogliere dallo spavento, udendo la sua ammonizione.

—Ah!—esclamò egli, entrando nella sala.—Loro signori se la ridono? Ebbene, non c'è da ridere. Se un agente del governo ducale udisse questa musica, ci sarebbe un processo per tutti.

—Dobbiamo cessare?—domandò Fiordispina.

—No, continuate, figliuola mia. I primi Cristiani si ritiravano a pregare nei loro sotterranei, ma non interrompevano neanche i loro inni per l'avvicinarsi dei pretoriani. Qui poi i pretoriani non sono neanche vicini.—

I signori Guerri raccontarono allora a Don Pietro che i pretoriani erano passati per l'appunto in quel giorno dalle Vaie. E il buon prevosto si rallegrò che dopo quella visita il conte Gino Malatesti non dovesse avere altre noie.