—Lo credi?—mormorò Gino, prendendo la lettera dalle mani di Aminta.—Quando non si desidera di saper nulla di ciò che avviene lontano da noi, una lettera è sempre una noia.
—Prendila allora come correttivo, e non dolerti col messaggero, perchè l'ho portata io.
—Dove l'hai presa?
—A Pievepelago, dove sono andato stamane. Me l'ha consegnata un servitore, che domandava appunto all'albergatore del Falco reale se ci fosse qualcheduno per rimettere una lettera al conte Malatesti, a Querciola. L'albergatore, che mi aveva veduto passare poco prima davanti alla sua insegna, mi venne a cercare, e il servitore mi consegnò la lettera, mentre i suoi padroni aspettavano di far cambiare i cavalli.
—I suoi padroni!—ripetè Gino.—Chi saranno costoro?
—Non saprei dirti, M'è parso di vedere un signore vecchiotto e grassotto, con la barba bianca, tagliata a ghirlanda, e una signora bionda, con una ragazza bionda come lei. Del resto, leggi la lettera, e capirai più che io non ti possa dire, nella mia ignoranza.
—Hai ragione;—balbettò Gino, che aveva già capito più che non dicesse e non credesse di dirgli l'amico.—Ma leggerò più tardi.—
E stava per mettere la lettera in tasca, fingendo una tranquillità che non aveva.
—Se si trattiene per noi, ha torto;—disse la signora Angelica.—Legga pure liberamente. Tanto, non è ancor l'ora di metterci a tavola.—
Gino s'inchinò, ed obbedì, aprendo la lettera. Aveva già data un'occhiatina alla soprascritta, e riconosciuto il carattere di Giuseppe.