A voi parrà che ciò dovesse calmarlo un pochino. Ma no, signori; ciò accresceva i suoi dubbi e le sue ansietà. Perchè mai una lettera del suo servo Giuseppe gli era portata da così strani viaggiatori? Perchè mai veniva a battere da quelle parti la signora bionda, che Aminta aveva veduta, con una figlia bionda come lei? Di signore bionde con figlie egualmente bionde, se ne danno sicuramente parecchie migliaia, nel mondo, e la città di Modena, per la sua parte, poteva averne anche un paio; ma a farlo apposta, quella lì era accompagnata da un signore vecchiotto e grassotto, con la barba bianca tagliata a ghirlanda. Se quelli non erano i Baldovini, bisognava dire che la natura si fosse compiaciuta a fabbricare dei doppi, nelle sue combinazioni ternarie.

Il conte Gino represse un sospiro e si ritirò nel vano di una finestra, in apparenza per aver più luce, nel fatto per nascondere il viso, mentre leggeva la lettera.

Giuseppe diceva poco di veramente importante. Incominciava narrando che tutti, in casa Malatesti, godevano buona salute, secondo l'uso. Seguitava raccontando che a Modena si erano fatte sei rappresentazioni della Lucia e della Sonnambula, scambio di quattro che avevano annunziate; che la società elegante era andata in visibilio per la celebre Venturoli; che i giovanotti l'avevano accompagnata l'ultima sera a casa con le fiaccole; che le signore le avevano offerta una cena sontuosa; che tutti, infine, erano diventati pazzi per la cantante. Nient'altro, per allora; ma il poscritto era importantissimo, nella semplicità del racconto, poichè spiegava a Gino in che modo quella lettera doveva essergli ricapitata.—«Le scrivo (diceva Giuseppe) approfittando di un'occasione favorevole. Severino, il cameriere dei signori Baldovini, accompagna i suoi padroni ai bagni di Lucca, dove la signora marchesa passerà l'estate, mentre il signor marchese andrà fino a Firenze, per vedere i suoi amici Geroglifici. Non so se scrivo bene il nome, e Lei mi perdonerà se ho fallato. Son quelli che studiano per la coltivazione dei campi.»—

Qui il nostro lettore diede in uno scroscio di risa.

—Ah, vedi?—gridò Aminta.—Non era poi una lettera che dovesse rattristarti.

—No davvero;—disse Gino.—È il mio servitore che mi scrive. Indovina un po' come chiama i Georgofili!

—Non saprei;—rispose Aminta.—Garofani?

—No, sarebbe troppo facile. È andato a cercare la variante più strana; ha scritto Geroglifici!—

Qui, insieme con Aminta, risero di cuore tutti i presenti. Gino, rasserenato, mandò uno sguardo a Fiordispina, che andava e veniva per la stanza, anch'ella sorridente e felice. Divino sorriso! Come s'illuminava per lui, quel sorriso, di tutte le liete notizie che gli aveva date Don Pietro! Il cugino Ruggero, l'Ercole adolescente, era partito per sempre; era un pretendente fallito, un'ombra dileguata. Ed anche per Gino Malatesti un'ombra era passata, alle falde del Cimone, ma per andarsi a dileguare nella val di Nievole.

Per altro, pensandoci bene, era stato un grande amore, quello della marchesa Polissena! E un grande rammarico era stato il suo, per l'esilio di Gino Malatesti da Modena! Bel modo, poi, di passargli daccanto, senza fermarsi mezz'ora, senza pur chiedere se fosse morto o vivo! Vedete un po' che strano contrasto, e un mese dopo i più terribili ardori, dopo i più solenni giuramenti di un amore eterno! Si sa, di eterno non c'è che la nostra sciocchezza, nel mondo; ma si vorrebbe almeno che certi aggettivi, come sono usati sinceramente, a significare la forza della passione, così non fossero dimenticati troppo presto. Non si salvano dunque neppure le apparenze? Morta la virtù, non c'è neanche più ipocrisia? Ecco qua la bella e ardente Polissena della fuga di Torino, che passava tranquillamente in vettura di posta da Pievepelago, vedendo lassù, dalla parte del Cimone, biancheggiare a mezza costa le case di Querciola, e non aveva nemmeno un pensiero per il povero confinato. Un servitore della signora marchesa poteva avere in tasca una lettera per Gino Malatesti, e ricordarsi di consegnarla a qualcheduno, che gliela facesse ricapitare. Lei, frattanto, passava di là, biondamente obliosa, per andarsene ai bagni di Lucca, alle conversazioni, alle passeggiate, ai concerti. Strana combinazione, se Gino avesse quel giorno accompagnato Aminta, come gli accadeva qualche volta di fare! Che incontro sarebbe stato quello! Ah, davvero, l'aveva scappata bella; e pensava, non senza un leggero brivido, che non è prudente andare a diporto sulle strade maestre.