Meditò su queste cose il tempo strettamente necessario a mettere in chiaro la bella serenità di spirito della marchesa Polissena; poi diede una crollatina di spalle. Filosofia, son queste le tue consolazioni.
Ma sì, ragazzi miei belli, che navigate tra due acque, che vi cullate tra due amori, l'uno dei quali è già nato, e l'altro non è morto ancora, queste lezioni vi toccano. Credete di essere necessarii, e già si pensa a voi, come si penserebbe al Gran Turco.
Andiamo al fondo, per altro; andiamo al fondo delle cose. Non era meglio così? Amava egli forse più la marchesa Polissena? Non aveva detto egli stesso, facendo il suo esame di coscienza, che il suo sentimento per lei era tutt'altra cosa da quello che provava per la fanciulla dei Guerri?
Si dirà che queste son distinzioni troppo sottili, ed anche arbitrarie, mentre la diversità di un amore da un altro dipende al più al più dalla diversità dell'oggetto. Ma io, se permettete, entro più che nei panni, nel cuore del personaggio; trovo che egli pensava così, come ho avuto l'onore di dirvi; so che era in buona fede, pensando così, e non domando di più. Finalmente, se la casuistica esiste, è segno, che risponde, o rispondeva da principio, ad un bisogno dell'animo umano.
Comunque fosse del suo primo e del suo secondo amore, Gino Malatesti si sentiva libero di cuore e di spirito, tanto che gli pareva di essersi levato un gran peso di sullo stomaco. Anche Fiordispina era libera, e la notizia, avuta nel medesimo giorno che si sentiva libero lui, gli parve di buon augurio. Non Polissene di qua, non Ruggeri di là, per far ombra alla scena; il cuore di Gino Malatesti brillava, sgombro di nebbia importuna, come la vetta rosea del Cimone sul sereno azzurro dei cieli.
O fanciulla dei Guerri, come foste felice quella sera anche voi, vedendo così lieto l'ospite del vostro buon padre! Da parecchi giorni egli non lo era più, e la cosa vi aveva profondamente turbata. Una sua parola acerba era venuta ad illuminarvi la mente; ma che ne potevate voi, se in casa di vostro padre c'era un ospite di troppo? Del resto, ilare come allora, il conte Gino Malatesti non lo era stato mai, dacchè il destino lo aveva sbalestrato alle Vaie. Sempre, anche nelle ore più confidenti, una piccola nube gli oscurava la fronte, e dietro a quella nube s'indovinava un triste pensiero appiattato: forse la sua città natale abbandonata, forse i parenti lontani, forse le care consuetudini interrotte, mutate violentemente da un decreto ducale. Ma che importava più di guardare il passato? Per allora il conte Gino rideva; per la prima volta appariva felice; il suo occhio era così limpido, che si sarebbe giurato di potergli leggere in fondo all'anima i più riposti pensieri.
Così pareva a lei, fanciulla intelligente, ma inesperta della vita. Se si fosse guardato nel fondo di quell'anima, si sarebbe veduto ancora un po' di torbido. Anche nel fondo di un ruscello, talvolta, si giurerebbe di non trovare che sabbia tersa e lucente. Ma chi stende la mano, raccatta sempre con la rena un po' di fango. I detriti della riva, depositati nell'alveo, non turbano la limpidezza delle acque; ma a patto di non rimestarle troppo.
Quel giorno, contento il signor Gino, erano contenti tutti, e si ciarlò più allegramente del solito nell'intima conversazione dei Guerri. Don Pietro, capitato sull'ora del caffè, domandò perchè non si fosse ancora pensato a fare qualche bella gita nei dintorni, al monte Cimone, al Cimoncino, a Bismantova, all'alpe di San Pellegrino. E il lago della Ninfa! Perchè non si andava a visitare il lago della Ninfa, per vedere la bella dai capegli biondi, tramutata in sasso?
Gino non aveva una grande curiosità di veder belle dai capegli biondi, dopo la triste esperienza che gli pareva di aver fatta di una fra queste. Ma una bella tramutata in pietra è sempre uno spettacolo degno di esser veduto, non foss'altro per riscontrare se la finezza dei lineamenti duri inalterata nella nuova sostanza. Il nome di Ninfa, poi, lo colpì più del color dei capegli e del tramutamento in sasso.
—Che storia è questa?—diss'egli.—Forse un avanzo dell'antica mitologia?