—Non saprei dirle, signor conte;—rispose Don Pietro.—Si dice la Ninfa, e potrebbe dirsi la Fata, la Sirena, l'Ondina, od altro di consimile, perchè son tutte forme diaboliche della stessa famiglia.

—Ma c'è una leggenda?—riprese Gino.

—Sicuro, ed eccola qua. Un giorno (Ella non mi domandi il mese e l'anno, perchè non glieli saprei dire) un giorno avvenne ad un cacciatore di passare tra i faggi, inseguendo una cerva, sulle rive del lago. Dall'altra parte, dove mancavano gli alberi e sorgeva in quella vece un picco aguzzo a mo' di scogliera, vide una bellissima figura di donna, che pareva una bagnante, escita allora dall'acqua, e in atto di rasciugare al sole la sua capigliatura bionda. Il cacciatore rimase estatico ad ammirarla; il che, per dirglielo così di passata, diede tempo alla cerva di mettersi in salvo. Quanto rimanesse egli in contemplazione non so, perchè la leggenda non lo dice; il fatto sta che quando egli fece per avvicinarsi alla bella figura, costeggiando la riva del lago, trovò un canaletto d'acqua, e in fondo al canaletto un roveto così fitto, che non ci fu verso di passare dall'altra parte. Quando ritornò al suo posto primitivo per rivedere la bella, un velo di nebbia si era levato dal lago; fors'anche l'oscurità della sera aveva calato quel velo dall'alto, e il cacciatore non vide più nulla. Ma la bella apparizione gli era rimasta impressa, come scolpita nel cuore. Domandò di quella bagnante ai carbonai che lavoravano nella valle, ai pastori che passavano i mesi della buona stagione sul monte, poco sopra il lago, e tutti a gara gli dissero:—Non ci tornate, bel cacciatore; è la Ninfa del lago, che si pettina al sole i capegli d'oro. Guai a voi, se v'innamorate di lei. Ella getta un fascino sui giovani e li conduce a morire.—A morire! Di che?—Di crepacuore, per non potersi avvicinare a lei. Lo scoglio su cui va a sedersi è alto, e non c'è modo di giungervi, costeggiando la riva. Quanto al gittarsi a nuoto, non c'è neanche da pensarci, perchè il lago è senza fondo, e nel bel mezzo ci ha un vortice, che v'inghiotte ogni cosa.—

Qui il narratore prese fiato e fece un sorrisetto al suo uditore.

—È vero questo?—domandò Gino, che non aveva perduto una sillaba.

—Che il lago della Ninfa è senza fondo?—disse Don Pietro.—Non voglio crederlo. Che c'è un vortice in mezzo? Non appare, ch'io sappia, da nessun movimento della superficie. È voce antica, e si ripete da tutti i nostri montanari; ecco tutto.

—Ma nessuno si è arrisicato nel mezzo del lago?

—L'acqua è molto fredda, e le salamandre che abbondano alla riva, tanto che se ne trova una sotto ogni sasso, rendono poco piacevole entrarci a piè nudo. Del resto, a recarsi nel mezzo del lago, sarebbe necessaria una barca. C'era il signor Francesco Guerri, nostro degnissimo amico qui presente, che aveva promesso di mettere lassù un burchiello; ma credo che ciò sarà nella settimana dei tre giovedì.

—Bella stima che si fa delle mie parole!—disse il signor Francesco, ridendo.—Sappia Lei, uomo di poca fede, che io non ho dimenticato nulla, e che il burchiello promesso è già arrivato a Pievepelago, dov'è andato il mio Aminta a riceverlo. Domani sarà alle Vaie, e lo faremo portare, senza levarlo dal carro, fino alla Beccadella, donde, coll'aiuto di quattro ruote, e a forza di braccia, se sarà bisogno, lo manderemo su, fino alla riva del lago. È contento, ora, di avermi fatto parlare? Aspettavo che la cosa fosse condotta a buon termine, per proporre la gita al nostro ospite.

—Oh!—gridò Gino.—Sarà una vera festa per me. Ma c'è il resto della leggenda, se non erro.