—Sicuro che c'è;—rispose Don Pietro.—Ad onta di tutte le ammonizioni, il cacciatore ritornò sulle rive del lago. Da principio andava guardingo, rimaneva appiattato tra i faggi, per non turbare la quiete della Ninfa, che stava sempre rasciugando i bei capegli d'oro al sole, e cantava frattanto una canzone, di cui egli non intendeva le parole, ma coglieva benissimo la soave melodìa. Ardì avanzarsi un giorno allo scoperto, e gli parve che ella, non che turbarsi della sua presenza, gli sorridesse e gli accennasse del capo. Lo chiamava forse a sè? Il giovane innamorato tentò allora di avvicinarsi; ma c'era sempre l'ostacolo di quel canaletto così profondo, in cui si vedevano guizzare le negre salamandre attraverso alcuni tronchi di faggio che infracidivano là dentro, galleggiando a mezz'acqua. Più oltre si vedeva fitto, irto di mille punte il roveto, e di là non c'era speranza di aprirsi una via. Neanche si poteva ascendere dai fianchi della montagna fino a quella punta scogliosa che sorgeva sul lago, essendo da quella parte tutta una balza a piombo, per un'altezza spaventosa. Il lago della Ninfa, se non lo sa, è scavato in una insenatura del monte, in una specie di cratere che gli fa come una tasca sul fianco, e l'acqua della sorgente, che scaturisce da un masso più in alto, ci sta come l'acqua santa nella sua pila di marmo. Tastati inutilmente tutti i passi, l'innamorato cacciatore dovette contentarsi di guardare da lungi. Venne l'autunno, ed egli seguitò a contemplare l'amor suo; venne l'inverno, e si copersero i monti di un mantello di neve, il vento incominciò a fischiare più rumoroso tra i faggi, e la Ninfa seguitava a star là, come se non sentisse il freddo pungente dell'Appennino, sempre pettinando al sole i suoi capegli d'oro. Ed egli pure, insensibile al freddo, non badando alla neve, nè al vento gelato, poichè era caldo d'amore, sdrucciolando più e più volte sul ghiaccio del sentiero, chiudendo gli occhi al nevischio che gli flagellava la faccia, ascendeva tra i faggi fino alla conca del lago, per ammirare ogni giorno la bella incantatrice. Prodigio inaudito! Si era la Ninfa impietosita di lui? Un bel ponte di cristallo, largo quanto lo specchio delle acque, si stendeva tra lui e la scogliera inaccessibile. E la Ninfa del lago seguitava a cantare, a guardarlo, a sorridergli, ad accennargli del capo. Arrisicò un passo, poi due, verso di lei, che cantava sempre, sorrideva e accennava del capo. Corse allora più rapido, volò più leggero sulla superficie cristallina, che il nevischio veniva coprendo di piccole stelle opache. Ma ohimè! Quando il cacciatore è già a mezzo del ponte, la via trema sotto i suoi piedi, dà suono di cristallo che si spezzi. Non è più in tempo a retrocedere; una fenditura di qua, una fenditura di là, e cric! la lastra si è rotta, il cacciatore s'inabissa nel baratro. Il ponte di cristallo non era altro che una crosta di ghiaccio. Lo sventurato non fu più visto da quel giorno tra i vivi. È fama per alcuni che la Ninfa del lago scendesse a consolarlo nel fondo delle acque. Altri crede di no. La Ninfa del lago era sempre stata immobile e fredda come una pietra lassù; pietra divenne, per giustizia divina, nè più scese a bagnare il bianco piede nell'acqua.
—Stupendo!—gridò Gino, poichè Don Pietro ebbe finito.—Ed è sempre visibile lassù?
—Sì, sebbene il tempo e l'azione alterna del caldo e del gelo le abbiano un po' guastati i contorni.
—Bella storia! Meriterebbe di esser vera, e andrebbe cantata col titolo: La Ninfa di pietra.
—Da bravo, dunque!—disse il vecchio prete.—Una ballata in piena regola, e mano al Ruscelli!
—Se fossi un poeta,—rispose Gino, tentennando la testa,—non ci sarebbe bisogno di un simile aiuto. Ma non lo sono, e il rimario non basta. Quando si va?
—Anche doman l'altro, appena sia condotto lassù il burchiello;—rispose il signor Francesco.
—Doman l'altro? È domenica;—disse Don Pietro.—Io ci ho la spiegazione del Vangelo. Il dovere prima di tutto; poi la buona compagnia, i faggi, il lago e la leggenda.
—Giustissimo; sia per lunedì, allora.
—Se potrò, volentieri.