—Che tu sia benedetta,—diss'egli,—come io benedico nel nome di Dio questa fragile barca. Va,—soggiunse allora, sospingendo il burchiello,—va nel nome d'Italia, che Fiordispina Guerri t'ha imposto, e conduci le sue fortune all'altra riva, alla meta sospirata dei nostri cuori.—
La scena, piccola com'era, aveva una grandezza semplice, una solennità commovente.
—Italia!—gridarono tutti.—Viva l'Italia!—
—Così l'avete chiamata?—mormorò Gino, volgendosi alla fanciulla, e dimenticando in quel punto le forme cerimoniose di discorso che aveva sempre usate con lei.
—Non è il vostro sospiro, conte?—diss'ella di rimando.—E non siete qui per amor suo?—
Così, senza lunghi discorsi, che non era il caso, senza bandiere, che non ce n'erano di pronte, ma con grande effusione di cuori, fu lanciata sulle acque l'Italia. Illustre signor commissario, e voi non eravate là per riferire del fatto!
Il conte Gino, preso da un impeto subitaneo, era saltato dentro il burchiello, e di là porgeva la mano a Fiordispina. La bella montanara, presa la mano del conte, balzò ardita e leggiera sul capo di banda, prima che alcuno pensasse a trattenerla, o a sostenerla nel salto.
—Che fate?—gridò la signora Angelica.
—Non vede, signora?—disse Gino.—Andiamo alla meta.—
E afferrava i remi, per adattarli sugli scalmi.