—Tutto!…—diss'egli, perplesso.—Tutto… siete voi, oggi.
—Oggi!—ripetè la fanciulla, crollando mestamente il capo.—Son io, l'oggi, e siete voi, Gino. Ma il domani! Il domani è la vostra famiglia, che vi richiama. Il domani è il conte Jacopo, vostro padre, la cui volontà dovreste consultare… e rispettare.—
Gino rimase un istante sopra di sè.
—Mi fate pensare,—diss'egli poscia,—che dovevo parlar prima al vostro. Correggerò l'errore, non dubitate.
—No, non lo fate!—gridò la fanciulla.—Io non vi domanderò di leggere meglio nel vostro cuore, perchè vi offenderei, parlandovi così. Vi domanderò invece di essere ben certo di ciò che vostro padre potrebbe consentirvi, negarvi. Ho pensato molto a queste cose, sapete? Ci ho pensato lungamente, e da gran tempo. Io, signor conte, vi ho amato fin dal primo giorno che vi ho veduto. Non so se queste cose si debbano dire; ma voi attribuirete la mia sincerità alla inesperienza degli usi del mondo. Per me, eravate infelice, condannato a vivere tra questi monti, lontano da casa vostra e da tutte le vostre cose più care. Dovevano venire a voi tutti i cuori, per medicare le ferite vostre, per farvi dimenticare le amarezze della vita. Era naturale che io vi amassi, conte Gino; dirò di più, era fatale. Ma quando mi sono avveduta che anche voi mi amavate,—e qui, la voce della fanciulla fu quasi per ispegnersi in un singhiozzo,—allora ho incominciato a tremare. Che avverrà? ho detto allora a me stessa. Che avverrà? vi ripeto oggi ancora. Per me, conte Gino, io non lo so, non oso cercarlo. C'è buio, nel futuro, ed ho paura di andare innanzi, perchè temo di trovarci un gran vuoto, un terribile vuoto.
—Qual pensiero!—esclamò Gino.—Perchè questi timori? Non avete voi fede in me? Non l'ho io meritata?
—Ho fede in voi;—rispose la fanciulla.—Ma su di voi, su di me, su di noi tutti è il destino. Ho pensato molto, vi dicevo poc'anzi. Qui si pensa molto, quando si pensa; nulla ci distrae, nulla turba il quieto ed assiduo lavoro dello spirito; nessun pensiero, nessun affetto si diffonde o si perde; si raccolgono, si fortificano tutti nel profondo dell'anima. Che voi abbiate dei doveri, lo so; che abbiano a cozzare con le inclinazioni del vostro cuore, lo prevedo. L'idea che vi ha meritato il confine, non è sicuramente un'idea leggiera, se ad essa avete sacrificati gli affetti della famiglia e le consuetudini della vita. Chi sa quali altri sacrifizi non vorrà essa da voi? La patria, Gino Malatesti, sta sopra ad ogni cosa. Avete un bel nome; i vostri padri, prima di essere gentiluomini di corte, furono soldati, e sperarono tutti di collegare il loro nome al ricordo di qualche utile impresa; italiani di nascita, furono certamente italiani di pensiero, ed anche servendo a barbari, a predatori, ad avventurieri fortunati, si dolsero di veder correre la patria loro da tanti ladroni stranieri. Sventurati nell'esito delle loro fatiche, non vi hanno lasciata una patria rifatta, gloriosa e felice; ma hanno potuto lasciarvi un titolo ed una corona, come obbligo e incitamento a proseguire un'opera grande, da essi intravveduta, da essi vagheggiata. Per qual ragione ci sarebbero dei nobili, in un paese, se non fosse per dare l'esempio alle turbe? Lo stemma e la corona non furono inventati, che io creda, per dare un bel rilievo ai suggelli delle lettere, o per adornare gli sportelli delle carrozze, ma per offrire un segno di collegamento nella battaglia. Oggi, poi, tutti coloro che hanno potuto nutrir meglio lo spirito, hanno l'obbligo sacro di trovarsi ai primi posti, per l'ora delle prove solenni. Voi non credete già che l'Italia poserà sempre sotto lo scettro, o sotto il bastone dei suoi sette signori. C'è chi veglia e lavora a destarla. Forse lo scoppio dell'ira è vicino.
—Non tanto,—replicò Gino,—non tanto da impedire che voi portiate il mio nome. Sarò più forte, nell'ora delle prove, se voi sarete la contessa Malatesti.—
Fiordispina chiuse gli occhi, come per non vedere l'altezza a cui egli voleva trascinarla con sè.
—Bella cosa!—mormorò ella, dopo un istante di pausa.—La mia mano nella vostra; la vostra fede suggellata nella mia! Ma è forse un sogno. Vostro padre vorrà? Non dovrete combattere? E un combattimento di questo genere non porterà obblighi di molta delicatezza, e per voi e per me? Pensate anche alla mia famiglia, conte Gino. Ci chiamano i re della montagna, ed abbiamo il nostro orgoglio anche noi, sotto la semplicità dei nostri costumi. Noi non dobbiamo e non vogliamo sapere che il conte Jacopo Malatesti possa aver ricusata per un giorno, per un'ora, l'alleanza dei Guerri. Il carico della battaglia sarà tutto per voi. Potrete sostenerlo? Dio lo voglia, come io lo desidero. Ma se è troppo grave rinunziateci.