Gisella gli porse la mano. La stretta era sempre stata amichevole, come dev’essere lo shake hand, dal giorno che l’Inghilterra lo ha diffuso per tutto il mondo civile. Ma quella volta fu confidente, fraterna, come di due persone che hanno conchiuso un patto. Non erano essi associati oramai da un’opera di carità?
—Se avete notizie, ce le porterete domani, non è vero?—disse Gisella.
Anche il generale brontolò un arrivederci. Il capitano Dutolet, detto il buon ragno, ed anche, aiutando il suo nome di battesimo, Guglielmo il taciturno, abbozzò un sorriso ed una parola di due sillabe almeno. Maurizio si avviò spedito, e scese quella volta dal gran viale. Per quella novità ci era una ragione evidente: il medico abitava per l’appunto in principio del paese, cioè verso le falde del poggio su cui sorgeva il castello della Balma.
Il medico fu presto ritrovato, e con le più calde esortazioni spedito, subito al Martinetto, di cui fortunatamente conosceva il sentiero. Maurizio lo accompagnò per un tratto, facendo raccomandazioni. Quando il discepolo d’Esculapio fu di ritorno, lo trovò ancora sulla sua strada, desideroso di notizie. Aveva trovata la febbre, difatti, e piuttosto forte, più vicina ai quaranta gradi che ai trentanove. Ma egli si era trovato in caso di dare il rimedio, senza il bisogno di scendere alla farmacia per la ricetta: preveduto il bisogno, la contessa aveva lasciata lassù una parte della sua cassettina di medicinali, ed egli aveva potuto somministrar subito una dose della inevitabile antipirina. Più tardi avrebbe somministrato il chinino, se quella febbre si fosse mostrata ribelle. Ma che febbre era? Reumatica, diceva il dottore, e colpiva un organismo intaccato dalla grama vita; occorreva riposo, per intanto, ed una miglior nutrizione: due cose che al solito non sono alla mano dei poveri.
Più tranquillo da quel lato, Maurizio ripigliò la via del paese. Sulla piazza gli venne veduto il Pinaia, che stava seduto a prendere il fresco sull’uscio della sua bottega. Mentre il fornaio si alzava a mezzo, per fargli di berretto, un’idea passò veloce per la testa a Maurizio. Sì, certo, bisognava associarsi alle buone opere della contessa Gisella. Chiamò il fornaio e lo condusse in disparte, entrandogli subito del caso di quella povera gente. Ah, sì, povera gente! rispondeva il Pinaia, che da quell’orecchio era un po’ duro. Gli erano debitori d’un semestre, e maturato da un pezzo; ancora un po’ che aspettasse, gli sarebbero stati debitori di tutta l’annata, cinquecento lire, a non contare l’interesse della moneta. E non c’era verso di spillar loro un centesimo. Ma quella povera mucca morta! ribatteva Maurizio; l’altra col latte guasto, che non si poteva farne nulla; e la moglie ammalata! Tutte scuse, tutti pretesti. La mucca era morta da cinque giorni, se mai, e il semestre lo dovevano da due mesi. L’altra mucca aveva il latte guasto, ma si aspettava un vitello. Quanto alla moglie ammalata, vecchia storia! Già altre volte s’era ammalata, la bella Biancolina; e sempre alla scadenza del semestre, per impietosire il padrone. Ma lui non ci cascava più, no davvero. Una morte, aver terra al sole; d’allora in poi, quando avesse quattro soldi di costa, voleva metterli in rendita dello Stato; e calasse poi quanto voleva; ci avrebbe sempre risparmiato di più, che a farsi mangiar vivo dai contadini. Brutta razza, i contadini; astuti, furfanti di tre cotte, sempre lì a piangere miseria, coi gruzzoli di marenghi nel saccone.
Maurizio era lì lì per domandargli:—E voi, Pinaia, di che razza siete disceso?—Ma non volle aver due litigi in un giorno, cascando dal generale al fornaio. Si contentò in quella vece di dirgli:
—Sentite, Pinaia: quella gente mi preme. Può esser vero quel che voi dite; può anche non esser tale, e in questo caso io avrei rimorso di non essermi interessato per le loro disgrazie. È giusto nondimeno che abbiate il fatto vostro, aggiustiamola così: se non pagheranno loro, pagherò io.
—Quand’è così, non parlo più, e al Martinetto, non domanderò più un quattrino.
—No, non correte tanto;—disse Maurizio, che già temeva di parergli troppo generoso.—Volevo dire che vi sto garante, sicuro come sono che pagheranno.... entro il mese.
—Non me ne parli; non posso aspettar tanto le buone grazie del Feraudi. Passerà il mese e non avrò nulla; ci metterei la mano sul fuoco, tanto ne sono sicuro. Se devo aspettare il mio denaro da Lei, passi tutto il tempo che Le piacerà, signor conte.