Maurizio guardò l’orologio. Erano appena le otto, ed egli respirò. Tra due ore sarebbe venuta la buona fata, ed egli non sarebbe stato più di mezz’ora lassù.
Intanto la donna proseguiva:
—Per oggi mi ha promesso di venir prima del solito. Non istarà più molto a comparire laggiù, tra quelle due piante di rovere.—
Maurizio fremette. Si era affrettato troppo a respirare. Stette ancora due o tre minuti, ma proprio sulle spine. Ed era per alzarsi, col pretesto di aver molto da fare; quando i bambini, che poc’anzi erano tornati sull’aia a guardar la belle monete d’argento al sole, accorsero gridando:
—La signora! la signora!—
Un ombrellino rosso apparve laggiù, fra mezzo ai due roveri. Non c’era più tempo a pretesti; era impossibile la fuga.
Capitolo VII.
L’idillio del Martinetto.
Profondamente turbato, Maurizio rimase là, con gli occhi fissi in quel punto luminoso che gli appariva nel vano dell’uscio, e con un sorriso impresso, suggellato sulle labbra.
Un grido di gioia infantile, scoppiato a mezzo dell’aia, lo salutò. Gisella aveva riconosciuto Maurizio. Affrettando il passo, la grande bambina ebbe l’aria di accingersi a spiccare un volo verso di lui, come se volesse gettarsi nelle braccia d’un fratello non più veduto da lungo tempo.
—Ah, lo dicevo ben io, che m’aspettava una novità al Martinetto;—gridò ella, stendendo la mano a Maurizio e fissando in lui i suoi belli occhi incantati.—Poc’anzi, di là dal Fontan, ho incontrato un bel serpente, che se ne stava arrotolato come un braccialetto intorno alla punta di un masso e mi guardava coi suoi occhietti maliziosi. Non aveva paura di me; ed io non l’ho avuta di lui.