—Eh via, con un po’ di grazia! Del resto, mi pare che diciate per celia. Vedo bene che faremo di voi qualche cosa.—
Appena il bricco dell’acqua calda levò il bollore, Gisella andò a versarci dentro il suo caffè in polvere. Un buon odore aromatico si diffuse per la cucina, che era sala da pranzo, anticamera e salotto ad un tempo.
—Riuscirà un caffè alla turca;—notò Gisella, ridendo.—Piace a voi, Mau.... signor Maurizio?
—Certamente, è migliore;—rispose il signor Maurizio, dolcemente solleticato da quel Mau.... senza signore. Gisella si era pentita, ma tardi; già due minuti prima, senza avvedersene, lo aveva chiamato Maurizio senz’altro.
Cinque o sei minuti dopo, era ogni cosa, all’ordine, perfino le uova, gittate nel paiuolo dell’acqua bollente. Quelle uova a bere furono il principio della colazione; fresche, eccellenti, sorbite con grande facilità da Maurizio e Gisella, con un po’ più di lentezza da Biancolina, non senza guai per la tovaglia da Rosina e da Vittorio, che riuscirono anche ad impiastricciarsi la faccia. Fu un’impresa non lieve per Gisella il ripulirli a dovere. I due bambini tendevano per altro di buona voglia il musino a quella graziosa mamma improvvisata, ben sapendo che non voleva veder volti insudiciati.
—Ah, la buona menagère!—esclamò Biancolina.—Peccato che non ne abbiate dei vostri.
—Che! non è forse meglio così?—rispose Gisella.—Per amare i bambini non è necessario averne dei proprii, ed ogni opinione contraria non muove che da un inavvertito sentimento di egoismo. Io li amo, perchè son creature innocenti, e non perchè mi debbano appartenere. Quando vedo una bella aurora, l’amerò forse meno, perchè non è mia? l’amerei più, se fosse mia? Idee false, mia cara Biancolina, idee false, quando crediamo che per amar bene i bambini dobbiamo averne dei nostri. False almeno—soggiunse Gisella,—per una certa classe di persone; ad esempio per me. So bene che per voi, se non ne aveste, sarebbe una pena, non potendo amare e proteggere i miei. Ma io posso, come vedete, amare i vostri, proteggerli anche, ed averne il diritto, solo che io sappia metterci un pochino di buona grazia.
—Un pochino!—esclamò Biancolina, ridendo.
—Ebbene, diciamo anche molto,—replicò Gisella,—purchè mi vogliate bene. Son felice di essere amata; solo a questo patto è buona la vita.—
Maurizio stava a sentire, attonito, sbalordito, ma non da quelle parole, a cui del resto prestava poca attenzione, contentandosi di gustarne la musica. Non poteva credere a sè stesso, non riusciva a capacitarsi com’ella fosse là, davanti a lui, come egli si trovasse a tanta festa, che non s’era aspettata, e che non intendeva per qual miracolo gli fosse venuta: In che modo aveva potuto la contessa Gisella capitare a quell’ora mattutina sulla montagna? e come poteva con tanta facilità rimanere lassù, accanto a lui? Ma non era ancor tutto; e d’altro doveva maravigliarsi tra poco.