—Signor Maurizio,—gli diss’ella ad un tratto, rivolgendosi a lui,—sono contenta di avervi trovato, perchè facevo conto di venirvi a cercare, questa mattina per l’appunto. Già, non mi fate quel viso.... appena bevuto il latte e sorbite le uova del Martinetto, volevo calare al Castèu, che è così bello.... tanto bello, che me ne è rimasto un gran desiderio negli occhi.
—Signora....—balbettò Maurizio,—ci potete venir sempre.
—E infatti così farò. Avevo bisogno di voi, per una faccenda che mi preme moltissimo; e si tratterà d’un discorso un po’ lungo. Ma non vi spaventate, ve ne prego; altrimenti non saprò più da dove incominciare. Sarei venuta sola, per un sentiero che non conosco. Voi siete qui, per fortuna; verrò dunque al Castèu in vostra compagnia, e avrò il vantaggio d’imparare la strada.
—Sono ai vostri ordini,—disse Maurizio.
La colazione era finita, e Gisella si alzò.
—Te ne vai, madama?—gridò Rosina, aggrappandosi alla gonna di Gisella.
—No, cara; cioè, sì, ma per ritornare fra poco. Infatti,—soggiunse ella,—non voglio attraversare il paese, su quei lastroni sconnessi. Anche quassù ci sono dei brutti passi, ma non tanti; e poi non c’è pericolo d’ingoiar polvere, come laggiù. Ritornerò dunque per di qua, e vedrò ancora la mia Biancolina, coi suoi cari ragazzi. Non partirò per altro, senza aver bevuto un sorso d’acqua fresca. Animo, signor Maurizio; prendete quella secchia; si va alla fontana: io porto il bicchiere.—
Maurizio si armò della secchia di rame, che era stato pronto a spiccar dall’arpione. In verità, si poteva farne qualche cosa, di quell’uomo, sebbene in quel giorno capisse poco. Ed anche si avviò difilato alla fontana, specie di fossatello scavato al piede d’un masso e mezzo coperto da un arco di fabbrica, che era facile di vedere da un lato del piazzale, dalla parte della montagna. Quell’acqua doveva essere una derivazione della grande cascata, che rumoreggiava un cinquecento passi più in là. Maurizio attinse l’acqua; Gisella mise il bicchiere nella secchia, e bevve a larghe sorsate il fresco umor cristallino, mentre egli stava immobile contemplando la candida gola tesa della sua graziosa vicina. Gisella era un fior di bellezza, di salute, di buon umore, di astuzia garbata. Come lo guatava, infatti, come lo guatava di sbieco, con la coda dell’occhio malizioso, mentre teneva alto il mento e quella bianca gola scoperta! Ma ad un certo punto le venne da ridere, e fu lì lì per ispruzzar l’acqua in aria.
—Badate!—diss’ella.—Mi farete far la figura di un mascherone da fontana.
—In che modo?—chiese Maurizio trasognato.