—Ma sì, con quella vostra faccia d’uomo che non capisce....
—Ebbene, se non capite ora, capirete poi. Perchè tanta fretta? Non sarò mica tanto crudele da ricusarvi i miei lumi superiori.—
Maurizio intese che il meglio era di non lambiccarsi il cervello. Perchè almanaccar tanto, e fantasticare intorno alle cose che si dovranno conoscer poi appuntino? Prese il bicchiere che Gisella gli offriva, e bevve a sua volta, ma senza aver l’aria di notare la cortesia grande e di farne le meraviglie; poi riportò tranquillamente ogni cosa in cucina. Poco stante, salutata la Biancolina e accarezzati i bambini, si avviò con Gisella verso il balzo dell’Aiga; la stessa strada per cui era venuto.
Andarono per un tratto in silenzio. Gisella, passava di là per la prima volta, e guardava la rovina del lungo fabbricato con curiosa attenzione.
—Che cos’era tutto ciò?—chiese ella a Maurizio.
—Un martinetto, signora; una grande fucina per raffinare il ferro. Qui, per l’appunto, era la ruota che metteva in movimento il maglio.
—La ruota! ma l’acqua è ancora molto lontana.
—Sì, la cascata è un trecento passi più in là. Ma l’acqua da far girare una ruota dev’essere di un volume determinato; bisogna dunque derivarne la quantità necessaria. Vedete infatti quel canale, mezzo coperto di sterpi; quello portava l’acqua. Lassù, dietro quella balza, era la presa dell’acqua. Volete che andiamo a vedere?
—Perchè no? è un luogo tanto bello!—