Risalirono la costiera, andando egli innanzi, per metterla in istrada. Non era quello il sentiero che doveva avvicinarli al Castèu: ma il signor Maurizio non pensava più affatto al Castèu. Così risalendo, giunsero davanti alla macchia dei nocciuoli.
—Che bell’angolo di mondo è mai questo!—esclamò Gisella, fermandosi in contemplazione.—Si sente anche lo strepito della cascata. Ma l’acqua non si vede.
—Se vi fidate di entrare in questa macchia, c’è là dietro un buon posto e molto sicuro per ammirar la cascata, forse nel suo punto più bello.
—Perchè non mi fiderei, col signor Maurizio per guida?—diss’ella, avanzandosi risoluta.
Maurizio abbrancò i rami che gli vennero primi alle mani, e fece largo alla signora in mezzo a quel folto, dove ambedue si ritrovarono chiusi. Ella s’inoltrava quanto permettevano via via le bracciate del suo compagno, e rideva.
—Siamo prigionieri nella selva incantata;—diceva.
—Un po’ di pazienza, signora;—rispondeva Maurizio.—Ancora una ventina di passi, e riusciremo alla luce.—
Egli intanto si lodava in cuor suo di aver fatta quella strada due ore prima. Se nella mattina non avesse ceduto al primo impulso di rivedere il torrione dei suoi ricordi infantili, certamente non avrebbe osato allora di condurre la contessa Gisella a metter piede in quella fratta. Ed ebbe a parerle di sicuro la più esperta delle guide di montagna, poichè per l’appunto una ventina di passi più in là finiva la macchia dei nocciuoli, e davanti alla contessa si schiudeva l’ingresso di una piattaforma merlata.
—Nuovo! che cos’è?
—Un belvedere, signora. Di laggiù si presenta come un torrione, di quassù come un terrazzo.—