Gisella seguì Maurizio sulla piattaforma, guardandosi intorno ammirata.

—Bello, bello, questo nido nel verde! Buon giorno, cardellini, lucherini, o che altro vi siate;—gridò ella ad uno sciame di uccelletti, che spulezzavano dalla frappa.—E questo bel sedile a cerchio? vedete che idea meravigliosa!—

Il fragore delle acque cadenti era un po’ forte, per verità; pareva che dovesse spegnere le parole in bocca. Gisella si affacciò alla merlata per vedere l’abisso; ma subito si trasse indietro. Lo spettacolo era stupendo, ma dava anche il capogiro.

—Sediamo;—diss’ella;—tanto, abbiamo da discorrere.

—Sediamo;—rispose Maurizio;—sarà meglio qui che al Castèu. Ma proprio sareste venuta questa mattina laggiù?

—Certamente. Avevo da chiedervi un favore.

—Potevate scrivermi.

—E voi rispondermi una bella lettera, compassata, cortese, ma fredda, non è vero? Ci avrei fatto un bel guadagno! No, niente lettera, andiamo noi. Non c’era che un pericolo: che foste partito nella mattina.

—Oh, non ho più occasione di muovermi,—disse Maurizio,—dopo il viaggio che ho fatto.... il giorno che avevo annunziato.

—Il gran viaggio di tre giorni!—esclamò ella, sorridendo maliziosamente.—E ne siete ritornato di nottetempo, come un malfattore, per chiudervi in casa, per nascondervi ad ogni vivente. Ma non così bene, che io non lo sapessi. Uscivate soltanto per prendere il sentiero dei monti; anche questo sapevo. Che vi pare? che io non ci abbia una buona polizia? Molte cose ho saputo, signor Maurizio; e per una tra tante posso e voglio dirvi: siatemi amico; qua la mano, che io vi esprima in una stretta buona e fraterna tutta la mia gratitudine.