—Che sarebbe?

—Che troverete modo di andarvene prima del solito.

—Perchè?

—Perchè, non lo intendete? perchè voglio stare più a lungo da sola a solo con te.—

Era adorabile, mandandolo via a quel modo. Maurizio trovò per l’appunto il modo di far più breve la visita, portando via il generale, col pretesto di una piccola passeggiata in paese. La contessa fu sola, come voleva, per leggere il passio del signor di Vaussana. Ed eccolo qua, come ella lo lesse, incominciando dal titolo: «Dal dubbio alla fede».

Capitolo XII.
Dal dubbio alla fede.

«Ricordando la educazione religiosa della mia infanzia (così scriveva Maurizio a Gisella) avevate in parte ragione. Sicuramente, ho dette da bambino le mie orazioni. Le dicevo anche molto volentieri, perchè me le faceva dire mia madre, recitandole insieme con me. Oggi ancora sento lei in certe inflessioni di voce, in certe pause che io metto nel mormorarle tra me; e questo me le rende più sacre, dal giorno che le ho ritrovate nella mia memoria, dopo tanti e tanti anni d’oblio volontario.

«Le avevo imparate senza sforzo. La mia educazione religiosa non fu punto pesante. In casa nostra si era religiosi, certamente, e di questo può esservi specchio la mia buona sorella Albertina; ma non si appendevano santi e madonne a tutte le pareti, e non c’era l’uso di recitare il rosario ogni sera, per dimenticare nella eterna ripetizione il significato delle preghiere, o per addormentarci al ritmo uniforme dei nostri borbottamenti frettolosi. Le nostre orazioni erano brevi, e tutte latine. La mamma ce le aveva spiegate alla grossa, ma ce le faceva sempre dire in latino. A me, che un giorno le avevo osservato come il latino non si usasse più, la buona mamma aveva risposto:

«—Appunto perchè non è più una lingua parlata tra gli uomini, dev’essere la lingua in cui si parli a Dio.

«—Ma se io non la intendo!